Vivere nel presente

Un tappeto di nuvole dalla forma o dai colori inconsueti, un ramo secco, un'aria carica di umori autunnali, la figura di un passante sono solo alcune fra le mille impressioni che possono colpirci durante una passeggiata o il tragitto verso il lavoro. Spesso però siamo troppo stanchi, troppo presi nei nostri pensieri per porvi attenzione. La preoccupazione per fatti accaduti o ancora da venire, l'ansia di arrivare, di fare, di sbrigare ci distolgono di fatto dal presente, dalla percezione di essere vivi qui ed ora.

Le faccende pratiche del quotidiano a cui siamo chiamati a far fronte finiscono così per sottrarci il senso del gusto e dell'elementare gioia di esserci, trasformandoci in esseri efficienti ma un po' ingrigiti, meccanizzati, assaliti dalle preoccupazioni per un futuro che incombe sottilmente come un'ombra carica di minacce. Inseguendo l'ora della felicità, temendo di non riuscire ad agguantarla, manchiamo l'appuntamento con il nostro tempo.

Se da una parte la routine, la successione prevedibile degli eventi, la scansione dei vari momenti della giornata, l'azione, il lavoro, il porsi degli obiettivi sono in se stessi dei potenti antidoti contro ansia e depressione poiché forniscono una cornice che contrasta inerzia e vuoto di senso, una loro ipertrofia può diventare letale nei confronti della creatività individuale e quindi risultare castrante.

La soggettività di ciascuno di noi infatti è attraversata da precarietà, debolezze, contraddizioni, ripensamenti, sbandamenti, che mal si conciliano con la linearità impersonale e robotica di orari, scadenze, risultati. Se questi ultimi prendono il sopravvento sulle nostre vite ecco che scatta un invisibile malessere, come una sorta di impercettibile prigionia che tiene avvinti e soffoca le energie più autenticamente produttive. Ne deriva una sorta di schiacciamento di ciò che è schiettamente umano in favore di un ideale di controllo, efficienza, ordine. L' ingranaggio funziona bene ma la sua anima e' morta, la sua benzina destinata ad esaurirsi.

Che fare allora per non restare intrappolati negli artigli di un sistema di vita, come quello contemporaneo, che pare penalizzare tutto ciò che per sua natura non è conforme al Dio "prestazione"? Come fare a sopravvivere come esseri pulsanti, vivi, desideranti? Come resistere se non si ha la possibilità di cambiare ambiente, città, modo di vivere? Come custodire lo spazio di una dimensione interiore, come non azzerare dietro a rigidi armamentari difensivi l'inaggirabile questione esistenziale della nostra precarietà?

Radicarsi saldamente al presente appare per certi versi una delle risposte possibili. Non serve tanto il pensiero, lo sforzo intellettuale. Ci vogliono i sensi e molta attenzione per afferrare le piccole, banali, prosaiche cose dei giorni più ordinari. Che, se colte, sprigionano ricchezze impensate.

Sviluppare la nostra capacità di soffermarci sulle cose, sulle situazioni, sulle persone, sugli stati emotivi, imparare a sostare, a rimanere fermi, in bilico fra l'immediato passato e il futuro non ancora dispiegato può davvero aiutarci a sottrarci alla triste sensazione di vacuità esistenziale, di sprofondamento nel vuoto dell'assenza di senso.

L'attitudine contemplativa, sia essa di un fiore, di un profilo, di un'atmosfera, di un'emozione ci trascina fuori da noi stessi, ci distoglie da un interesse monocromatico verso la nostra persona e i suoi motivi di cronica insoddisfazione. Ci permette di andare verso l'altro, ci fa aprire, ci dispone all'incontro con il nuovo. Che può corrispondere anche a quella parte inconscia di noi che non coincide con il nostro polveroso e stanco Ego.

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