Ansia, depressione e sintomi psichici:possibili ricadute sulle relazioni affettive

Spesso chi soffre di un qualche sintomo psichico, sia esso di ansia o di depressione, si trova confrontato con un senso di incomunicabilità in relazione a chi gli sta accanto. I parenti e gli amici frequentemente faticano a comprendere che cosa gli stia accadendo.

Non solo, può capitare che interpretino alcuni suoi atteggiamenti come frutto di un'intenzionalità malevola o di semplice pigrizia. Davanti alla chiusura correlata ad uno stato depressivo, possono reagire pensando che sia volontariamente rivolta a loro; parimenti l'indecisione connessa ad un vissuto ansioso può venire letta come segno di scarsa forza di carattere.

La fatica di chi vive accanto a chi sta male per cause di ordine psichico (e pertanto non necessariamente legate a una condizione materiale di assenza di confort), sta proprio nel non riuscire a concepire un dolore, una fatica non connesse a fattori che rientrano nel campo dell'evidenza e dell'oggettività. <<Non ti manca nulla, sei solo pigro, non vuoi stare bene, tirati su ecc...>> sono alcune frasi tipiche che vengono pronunciate a partire da un non riconoscimento della complessità del problema, che va oltre la mera apparenza.

Tale difficoltà nel fare i conti con un malessere non giustificabile a partire da dati obiettivi, osservabili e condivisibili, ha spesso origine in una tendenza difensiva connaturata all'essere umano nei confronti del dolore altrui. Se non ne viene identificata alla base una causa oggettiva allora va tenuto a distanza, allontanato, quasi potesse con la sua ambiguità intrattabile contaminare il nostro benessere.

A ciò si aggiunge non di rado il logoramento effettivo a cui portano certe situazioni di contatto continuativo con la sofferenza psichica. E' come camminare a lungo su un terreno friabile, costantemente esposti alla caduta e dunque a un senso di insicurezza cronica. Soprattutto se il dolore psichico affligge una persona basilare per il proprio equilibrio personale, come un partner o un genitore.

Questa situazione può ingenerare svariate conseguenze. Intanto fa sentire in colpa la persona che già porta un carico di patimento di cui lei stessa fatica a darsi una spiegazione. La può spingere infatti a considerarsi sbagliata, non conforme alle aspettative, debole. Le ragioni inconsce, di cui il sintomo è un enigmatico ambasciatore, non trovano così un riconoscimento, un loro diritto di esistenza. L'ambiente circostante rileva semplicemente un'anomalia da cancellare nel più breve tempo possibile o rimanda un' insofferenza diventata insostenibile.

Oltre al sentimento di colpa e di nullità esistenziale, chi patisce un carico di sofferenza psicologica può sviluppare anche rabbia e aggressività verso colui che non mostra comprensione, in un circolo vizioso di progressivo isolamento e inaridimento della vita affettiva.

In più frequentemente, soprattutto in situazioni in cui è in primo piano una sintomatologia depressiva, lo stesso soggetto soffrente può mettere in atto comportamenti sadici e francamente crudeli verso chi gli sta vicino, a causa della forte ambivalenza emotiva di cui soffre da sempre. Ciò non significa che voglia davvero il male del coniuge o del fidanzato, intervengono infatti dei fantasmi inconsci che vanno a sovrapporsi come uno schermo fra lui e la persona in questione, distorcendo e alterando la relazione in un gioco di specchi. Appaiono chiari in questi casi lo smarrimento e la reazione violenta e disperata di chi è oggetto di tali proiezioni.


Che fare dunque quando qualcuno che ci è caro si chiude in se stesso, perde fiducia nella vita, appare indeciso, ci aggredisce repentinamente senza che vi siano valide motivazioni, non pare più quello di prima?

Sembra banale a dirsi, ma l'unica bussola da seguire appare quella del rispetto. Rispetto verso l'Altro e verso l'incomprensibile situazione che sta vivendo, riconoscimento dei propri limiti nel risolverla e accettazione del problema e della sofferenza che inevitabilmente produce anche in noi stessi.

Non si tratta nè di una rassegnazione passiva, nè tanto meno di una fuga nella negazione, bensì di una presa d'atto che in se stessa già fornisce un aiuto prezioso alla persona che amiamo, perché la solleva da inutili sensi di colpa e spiacevoli attacchi aggressivi.

L'allentamento di questo tipo di pressione può facilitare nella persona in difficoltà la decisione di chiedere aiuto ad uno specialista, non tanto per venirne normalizzati, quanto per ricostruire, grazie alla sua guida, le apparentemente invisibili coordinate entro cui si è sviluppato il male oscuro.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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