La distruttività fra madre e figlia

"Ravage" ovvero "devastazione" è il termine spesso usato in psicoanalisi per descrivere il rapporto d'amore-odio che logora, a volte fino all'ultimo giorno di vita, molti rapporti fra madri e figlie. Sono soprattutto queste ultime a parlarne con dolore in analisi; le madri invischiate in tali tipi di relazione raramente si mettono in discussione, se non dopo molti anni e a volte in virtù di eventi drammatici che le portano a rileggere i propri atteggiamenti in termini critici.

La spiegazione del fenomeno che offre la psicoanalisi si basa tutt'ora sul modello freudiano: la bambina, scoperto l'orrore della sua castrazione, del suo essere priva del fallo, accusa la madre, vede in lei la responsabile. "Non mi hai dato questo, non mi hai dato quello", "hai dato a lui, non hai dato a me" sono rimproveri che frequentemente le donne con un Edipo irrisolto rivolgono alla propria madre, e che sottendono quello più generale di non aver dato il fallo.

Nell'inconscio non hanno cioè abbandonato la madre come primo oggetto d'amore, non si sono rivolte al padre o ne hanno ricevuto una delusione troppo grande (di solito a partire da una sua debolezza, assenza o indisponibilità) che le ha fatte retrocedere all'attaccamento primario col genitore dello stesso sesso. Non riuscendo così ad abbandonare la logica dell'avere, tipicamente maschile, in favore di quella dell'essere, più propriamente femminile. Con la quale l'assenza del fallo trova una compensazione possibile nell'esserlo, essere ciò che vale, ciò che cattura il desiderio altrui a partire dal proprio stesso essere.

Al posto di un riconoscimento ed una valorizzazione dell'immagine (sei buona, sei intelligente, sei bella, sei di valore a prescindere da quello che fai) arriva una critica, una smorfia, uno sguardo svalutante. Che automaticamente risospinge verso l'idea di dover avere e fare qualcosa per guadagnarsi ammirazione e riconoscimento, in un'ottica competitiva all'insegna della rivalità e della lotta. La madre viene vista come colei che castra, che non dà, che tiene tutto per sè, che contabilizza, che non fa trapelare segni d'amore gratuiti. È un susseguirsi di litigi, battibecchi, voler avere per forza l'ultima parola, musi, vittimismi, pianti, aggressioni. Tutto su un piano di assoluta simmetria, in cui entrambe le protagoniste reagiscono allo stesso modo ai comportamenti dell'altra, senza possibilità di decentrarsi, prendere le distanze e sintonizzarsi su un altro registro.

Se dunque inizialmente sono la madre e la sua rigidità a scatenare la ribellione nella figlia, è poi quest'ultima a mantenere con i suoi atteggiamenti di autocommiserazione e di sfida la situazione di cui si lamenta.

Ma perché molte madri assumono una posizione simile verso le figlie femmine? In un certo senso riproducono ciò che loro stesse hanno subito in relazione alle proprie madri. C'è qualcosa cioè nell'assunzione della loro femminilità che ai loro tempi è andato storto e non è mai stato problematizzato che le porta a nutrire un odio inconscio ed un'invidia altrettanto sommersa verso la freschezza della femminilità delle figlie.

Il sadismo di certe madri non si spiega a partire da un intenzionale desiderio di nuocere, ma lo si riconduce piuttosto ad un'inettitudine in materia di femminilità e amore. Questo è anche il motivo per cui difficilmente vanno in terapia spinte dai conflitti familiari: sono convinte di essere "nel giusto", nessuna divisione le attraversa.

Più facile invece l'aggancio di chi è in posizione di figlia. Dal lamento del tipo "ho una madre mostro" si riesce a passare più agevolmente al " perché agisce così?", "cosa posso fare io dal canto mio", " perché mi ostino a reagire sempre allo stesso modo", in un circolo virtuoso che porta sia a rompere la circolarità chiusa su se stessa dei litigi e delle rivendicazioni, che a scoprire qualcosa in più su di sè e su cosa vuol dire essere una donna.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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