La dipendenza: rifiuto di una libertà responsabile

Nella mia attività di psicologo  a Milano mi imbatto molto spesso nel fenomeno della dipendenza. Che può prendere la forma di una schiavitù nei confronti di una relazione, un cibo, una sostanza o perfino il gioco.

La dipendenza, di qualsiasi sia la sua natura, è un atteggiamento molto resistente e difficile da trattare, che nel tempo produce ripercussioni negative, le stesse che si era cercato di evitare attraverso il suo sviluppo. Infatti, al di là degli oggetti su cui si fissa, rispecchia una posizione di fondo mai del tutto abbandonata, di rifiuto dell’assunzione responsabile della propria e altrui libertà esistenziale. Tramite l'appoggio a qualcosa o qualcuno si può credere di poter aggirare l'incontro con la propria insufficienza. Cosa che poi fatalmente avviene proprio come effetto della dipendenza stessa, in sè sempre distruttiva.

Ciascuno di noi viene al mondo in uno stato di profonda dipendenza dalle cure altrui. In un certo senso tutti noi veniamo plasmati dal primo ambiente che ci accoglie. Assorbiamo, al di là della nostra volontà, dei sistemi di valori, delle abitudini e dei modi di pensare che provengono da chi si è occupato di noi.

Questo primo tempo in cui la dipendenza è un dato di struttura, è cioè un fatto che riguarda la nascita e la crescita di ogni uomo, viene chiamato in psicoanalisi “alienazione”. La nostra vita è in effetti fin dal suo esordio segnata da un’alienazione. Non possiamo fin da subito essere noi stessi, siamo rapinati, catturati dall’altro. Il fenomeno non è in sé negativo. Ne ricaviamo anche un guadagno. Che consiste precisamente nel trovare un posto nel mondo, un’iscrizione nella società umana.

Ma cosa succede ad un certo punto, già durante l’infanzia e poi ancor di più con la pubertà? Accade, se sono intervenuti dei fattori limitanti nei confronti della simbiosi materna, che si inizi a guardare l’adulto con un occhio nuovo, critico. Che ci si interroghi cioè su chi è l’altro, cosa voglia, cosa lo animi al di là di noi.

Chiedersi questo fissa i primi passi verso una separazione. Per una vera scoperta di se stessi e dell’altro, della propria e altrui soggettività, sostanzialmente unica e irripetibile.

Staccarsi dall’altro comporta pure un’accettazione, spesso dolorosa, della perdita del contenitore rassicurante del rifugio materno. Chi sviluppa delle dipendenze, anche solo di natura simbiotica nei confronti di un’altra persona, ha subito uno scacco in questo. Ciò non vuol dire che non si sia staccato dalla famiglia, non abbia viaggiato, cambiato città o sviluppato gusti personali. Significa però che a livello inconscio non ha elaborato la perdita della simbiosi originaria. E’ rimasto intrappolato nel comodo ma soffocante nido della protezione.

I motivi alla base del mancato distacco da una posizione di dipendenza dall’altro sono vari, così come lo sono gli esiti in termini di gravità. Abbiamo infatti dipendenze molto forti anche in persone che in altri ambiti funzionano benissimo. Così come purtroppo le possiamo osservare in chi vive difficoltà diffuse di una certa rilevanza.

In generale il fattore causale più noto risiede in una certa debolezza della figura paterna, soprattutto nella sua funzione limitatrice nei confronti della coppia madre – figlio.

Il padre, rivendicando il suo ruolo di partner della donna, la distoglie dal suo interesse esclusivo verso il bambino. Parimenti instilla nel figlio la consapevolezza della inarrivabilità della madre. Provoca dunque una ferita, però benefica. Che getta le basi della libertà futura del piccolo.

Appare chiaro allora come una terapia psicoanaliticamente orientata possa riabilitare nella cura la funzione paterna indebolita. Attraverso l'intervento di un terzo si può cercare di depotenziare la forza mortifera della coppia soggetto - partner. Introducendo qualcosa che faccia da limite.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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