Intolleranza alla frustrazione o coraggio?

Siamo abituati a pensare alla non accettazione della realtà come a un dato negativo, tipico di chi si rifiuta di "crescere" e di venire a patti con le frustrazioni a cui la vita inevitabilmente espone. Questa considerazione e' senz'altro valida, appare tuttavia interessante circoscriverla meglio per differenziare internamente la classe dei comportamenti di negazione della realtà.

Esiste infatti tutta una serie di atteggiamenti di rinnegamento degli inciampi che si frappongono fra un soggetto e la realizzazione del suo desiderio che nulla hanno a che vedere con un' infantile cecità.


Abbiamo dunque da una parte una negazione patologica della realtà e dall'altra una dal carattere evoluto ed adattivo, che riflette viceversa una notevole forza psichica.

Prendiamo in considerazione il primo tipo di condotta. Essa riflette spesso problematiche psicologiche d'una certa entità, che testimoniano di una rilevante complessità psicopatologica, spesso di matrice psicotica. Di fronte a fattori provenienti dall'esterno che vanno in direzione contraria rispetto alle loro fantasie e aspettative, i soggetti di questa categoria tendono verso un massiccio rifiuto di questi stessi impedimenti, andando gradatamente a costruire una neo realtà più appagante ma aime' non condivisa da altri. Ne risulta una progressiva e crescente alienazione, che può assumere a seconda della gravità del caso diverse sfumature e differenti gradi di sviluppo. La risultante estrema di questo processo e' il delirio, ovvero una costruzione privata fatta di idee non aderenti alla realtà così come la intendiamo tutti. Che porta con se' tutto un correlato di effetti secondari, in cui appare in primo piano l'esclusione sociale. La persona purtroppo perde via via la capacità di integrarsi nel mondo, a meno che non riesca attraverso comportamenti imitativi a mascherare il proprio disagio.

Per completezza di informazione bisogna inoltre ricordare, seguendo un insegnamento freudiano che riteniamo ancora attualissimo, che la psicopatologia non si limita ai soli casi di rinnegamento della realtà. Questi sono solo i più gravi. Nel rapportarsi ad essa abbiamo anche chi al contrario soccombe alle sue esigenze, ai divieti, ai diktat e tabù imposti dall'ambiente. Questo soggetto lo possiamo tutto sommato considerare un comune nevrotico, una persona "anormalmente normale" che sviluppa una sofferenza legata per lo più a un'inibizione delle sue pulsioni e dei suoi desideri profondi in virtù di un'omologazione alla legge. Certo, Freud ci insegna anche che ciò che viene rimosso prima o poi torna, sfondando le barriere difensive e apparendo sotto forma sintomatica. In ogni caso appare chiaro come alla base della ribellione nevrotica alla realtà vi sia l'accettazione di fondo della sua esistenza.

Torniamo dunque al problema che ci siamo posti in partenza. In cosa differisce la soppressione della realtà tipica di una fragilità che può portare fino alla franca follia e quella invece che dimostrano persone eccezionalmente dotate, in grado di resistere alle situazioni più avverse ed estreme? In fondo la stessa tolleranza alla frustrazione si basa su un misconoscimento dell'ostacolo. Chi si trova a scalare una montagna in condizioni climatiche estreme e prosegue nella sua salita lo possiamo considerare un folle o un coraggioso? Qual è il confine fra follia e coraggio? Fra sconsideratezza e assunzione consapevole del rischio? Pensiamo anche a soggetti portatori di una qualche disabilità. Il loro muoversi nel mondo implica un certo disprezzo del pericolo, dunque un grado di rifiuto della barriera che il loro handicap mette loro di fronte costantemente.

Riteniamo che la differenza fondamentale nei due tipi di rinnegamento della realtà esterna risieda in un tempo preliminare, attraversato dal coraggioso ed assente invece nel folle. Chi dimostra un disprezzo "sano" dei limiti imposti dalla realtà preliminarmente li ha accettati. Viceversa chi cronicamente non ce la fa rimane come prigioniero delle proprie fantasie onnipotenti. Nel primo caso il soggetto infondo, analogamente al già citato nevrotico, mantiene un rapporto con ciò che è altro da lui. Ma fa un passo avanti, che sembra paradossalmente imparentarlo al diniego dell'alienato. Se la nevrosi e' una rinuncia alla realizzazione dei propri desideri per un eccesso di devozione ai limiti imposti dall'ambiente e dunque appare come una sorta di codardia, la forza dell'uomo coraggioso sta nel compiere un salto ulteriore. Quello di andare oltre l'accettazione passiva. Posti determinati limiti e' possibile agire sulla realtà per modificarla. L'immaginazione stessa infondo costituisce una temporanea sospensione della realtà, ma non è cieca come il delirio di un folle. Permette di volare, di staccarsi dai condizionamenti, ma il volo si può concludere con un solido atterraggio, mai comunque garantito, un po' più in la' rispetto al punto di partenza.

A questo livello siamo ben lontani sia dalla rinuncia nevrotica in favore di un ancoraggio sterile a false sicurezze, sia dalla sconsideratezza afinalistica tipica di chi è rimasto bambino. Il rischio del vivere viene corso fino in fondo, come da un funambolo che danza sulla corda senza rete di protezione grazie alla dimestichezza raggiunta in rapporto alla morte.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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