Menomazione, morte e plus di vita

Una menomazione fisica permanente, qualsiasi sia la forma che assume, porta dentro la vita di chi la patisce un frammento di morte. Anche se la lesione non intacca direttamente o non compromette irreversibilmente le funzioni vitali di chi ne è colpito, qualcosa che ha a che fare con la morte fa irruzione e si insedia nella sua vita.

Potremmo definire questa morte come esperienza dolorosa di un limite invalicabile e inaggirabile che si rinnova di giorno in giorno. E che amplifica quella che è al fondo esperienza di tutti, la fragilità umana di fronte al limite assoluto.

Quando il corpo viene drammaticamente toccato e distolto dal silenzio della salute, l'oblio di questa verità su cui poggia gran parte del tran tran quotidiano viene lacerato. La vaga e intermittente consapevolezza angosciosa della propria vulnerabilità tipica del tempo del benessere lascia spazio ad una certezza non ignorabile perché marchiata a fuoco sulla carne.

Ma se la malattia per tutti quanti e' un'esperienza transitoria di cui è possibile dimenticarsi una volta superata, la menomazione lascia un resto inassimilabile. Non rimuovibile, non cancellabile dalle difese che mettiamo in campo per distanziarci dalle esperienze spiacevoli. Di giorno in giorno si rinnova. Ad esempio chi non cammina più sperimenta l'irreversibilità della perdita non una volta soltanto. Quotidianamente una parte della sua mente viene mesa di fronte all'impossibile. La morte gli diventa compagna di vita.

Tale miscuglio di morte e di vita ci potrebbe far pensare alla menomazione come la fine della vita, o come l'inizio di una di serie b, una condizione luttuosa e dolente senza fine. Questo è senz'altro un pensiero errato, purtroppo molto diffuso per via dell'edonismo sfrenato che ai nostri giorni impregna la mentalità comune.

Anzi, al contrario potremmo addirittura azzardare un potenziamento della percezione della vita proprio a partire dalla convivenza forzata con la morte. Da una parte la sofferenza acuisce la sensibilità, dunque sentire fortemente il dolore espone anche ad un'amplificazione di tutta la gamma del sentire. Soffrire affina anche l'intelletto, questo vuol dire che il confronto con l'impossibile se da un lato approssima alla paralisi, dall'altro stimola pure la ricerca di alternative per rompere il guscio di ghiaccio che tiene avvinti.

La vitalità di chi non si lascia andare alla depressione, al rammarico ossessivo nei confronti di ciò che ha perduto, alla chiusura difensiva (fenomeni sempre in agguato soprattutto per chi deve far fronte anche a conflitti psichici di vecchia data) non sta dunque in un diniego della portata traumatica dei propri vissuti. Ne' può coincidere con una bonifica completa della morte nella vita, del male nel bene. Non esiste nessuna ingenua trasfigurazione del dolore in gioia. Al contrario il resto dolente, la mancanza incolmabile, pur sempre presenti, diventano la condizione per scegliere ogni giorno di giocare creativamente la partita con le carte che si possiedono.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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