La malattia

Esistono certamente malattie transitorie, come vengono se ne vanno con le cure adatte. Poi ci sono quelle invalidanti, che lasciano cioè segni indelebili sul corpo e che vanno a rendere difficoltose anche semplici attività quotidiane. A volte queste ultime possono avere come esito finale la morte. A volte no, non mettono a rischio la vita ma provocano deficit permanenti.

Come si fa a convivere con una malattia che non passa mai ma anzi si aggrava nel tempo? Come non soccombere alla disperazione, al sentirsi inferiori, alla fatica nello svolgere compiti considerati banali, all’incomprensione da parte degli altri? Come superare la vergogna, l’autocompassione e infine la rabbia?

Sempre nelle storie di chi raggiunge una serenità interiore ad un certo punto compare l’accettazione della nuova situazione, della nuova immagine di se stessi.

Sottoporsi a prove e sforzi di ogni tipo per verificare e mostrare agli altri che siamo ancora capaci di tutto testimoniano sicuramente una forza di carattere preziosissima che da sola però non fa raggiungere un equilibrio di fondo. La volontà infatti può essere un modo per tentare di negare ciò che ci è accaduto, può sottendere un rifiuto verso quello che siamo diventati.

L’accettazione invece è un’altra cosa. Non è una resa, non impedisce di andare nel mondo e di provare a vivere ma lo permette a partire dalla consapevolezza dolorosa del cambiamento irreversibile, della perdita a cui siamo andati incontro. E dalla scelta di amarci lo stesso, in tutte le nostre particolarità.

Sabrye Tenberken, una donna cieca che ha fondato in Tibet una scuola per la riabilitazione di bambini non vedenti, a proposito della sua invalidità dice: “la cecità è qualcosa che irrevocabilmente è parte di me e solo il senso dell’umorismo e la consapevolezza di sé possono farla accettare come normale anche agli altri”.

Cerca nel sito

Seguimi su

Articoli più letti

La psicosi maniaco depressiva e il tempo: una lettura fenomenologica

Eugene Minkowski, medico e studioso appassionato di filosofia, è oggi considerato (assieme all'amico Biswanger) il principale esponente della psichiatria fenomenologica del Novecento.

Ansia, depressione e sintomi psichici:possibili ricadute sulle relazioni affettive

Spesso chi soffre di un qualche sintomo psichico, sia esso di ansia o di depressione, si trova confrontato con un senso di incomunicabilità in relazione a chi gli sta accanto. I parenti e gli amici frequentemente faticano a comprendere che cosa gli stia accadendo.

Trattamenti “self made” della depressione

Spesso si fa riferimento alla depressione come ad un affetto trasversale a molte espressioni sintomatiche. Da un certo punto di vista la potremmo addirittura considerare come primaria, nella misura in cui alcuni comportamenti patologici ben conosciuti che la accompagnano non si rivelano altro che un tentativo inconscio di trattarla.

La depressione giovanile

Esiste una peculiarità della depressione che affigge il giovane adulto? La sofferenza depressiva fra i venti e i trent'anni sottende cioè un denominatore comune, al di là della particolarità delle vicissitudini singolari?
Un punto ricorrente nelle storie dei giovani che inciampano in una depressione sembra essere la difficoltà di realizzazione personale. In primo piano appare la sensazione di essere come sospesi in un limbo, senza una collocazione definita nel mondo, un posto certo da occupare, una vocazione da seguire.

Lutto e depressione: somiglianze e differenze

 

Uno stato luttuoso successivo ad una perdita, sia essa di una persona, di un lavoro o di una condizione esistenziale, spesso ad un occhio non esperto non appare distinguibile dalla depressione. In comune vi sono infatti alcune manifestazioni tipiche: un profondo e doloroso scoramento, una perdita di interesse per il mondo esterno e per la maggior parte delle attività quotidiane e un affievolimento della capacità di amare.

La depressione: i benefici della parola

Il discorso contemporaneo, nonostante parli molto di depressione, non la ama per nulla. La considera un deficit, una malattia, qualcosa da estirpare e togliere di mezzo il più velocemente possibile. La medicalizza. Ora, se esistono certamente forme la cui gravità non fa venire nessun dubbio sull' opportunità di un intervento terapeutico diretto e mirato ad un loro alleggerimento, la maggior parte dei casi trattati attraverso la mera via farmacologica in realtà ha migliori possibilità di riuscita con un approccio che integra l'uso della parola.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961

Note legali

Gli articoli, i post, i pensieri in versi e tutti i contenuti testuali originali presenti sul sito sono di esclusiva proprietà della dott.ssa Sibilla Ulivi, ed è vietato copiarli o distribuirli.
Vedi le Note legali.