La malattia

Esistono certamente malattie transitorie, come vengono se ne vanno con le cure adatte. Poi ci sono quelle invalidanti, che lasciano cioè segni indelebili sul corpo e che vanno a rendere difficoltose anche semplici attività quotidiane. A volte queste ultime possono avere come esito finale la morte. A volte no, non mettono a rischio la vita ma provocano deficit permanenti.

Come si fa a convivere con una malattia che non passa mai ma anzi si aggrava nel tempo? Come non soccombere alla disperazione, al sentirsi inferiori, alla fatica nello svolgere compiti considerati banali, all’incomprensione da parte degli altri? Come superare la vergogna, l’autocompassione e infine la rabbia?

Sempre nelle storie di chi raggiunge una serenità interiore ad un certo punto compare l’accettazione della nuova situazione, della nuova immagine di se stessi.

Sottoporsi a prove e sforzi di ogni tipo per verificare e mostrare agli altri che siamo ancora capaci di tutto testimoniano sicuramente una forza di carattere preziosissima che da sola però non fa raggiungere un equilibrio di fondo. La volontà infatti può essere un modo per tentare di negare ciò che ci è accaduto, può sottendere un rifiuto verso quello che siamo diventati.

L’accettazione invece è un’altra cosa. Non è una resa, non impedisce di andare nel mondo e di provare a vivere ma lo permette a partire dalla consapevolezza dolorosa del cambiamento irreversibile, della perdita a cui siamo andati incontro. E dalla scelta di amarci lo stesso, in tutte le nostre particolarità.

Sabrye Tenberken, una donna cieca che ha fondato in Tibet una scuola per la riabilitazione di bambini non vedenti, a proposito della sua invalidità dice: “la cecità è qualcosa che irrevocabilmente è parte di me e solo il senso dell’umorismo e la consapevolezza di sé possono farla accettare come normale anche agli altri”.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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