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Il capo che ti distrugge: la psicopatia dietro la scrivania e il mobbing invisibile

Dipinto impressionista di una sala riunioni buia con una sedia presidenziale vuota sotto una luce fredda, simbolo della psicopatia al potere e del mobbing.

L'ombra del potere: quando la psicopatia siede alla scrivania del comando

Sono aggressivi, senza freni morali, amano il potere fine a se stesso, si sentono minacciati da chiunque abbia più talento di loro. Sono i capi dalla personalità gravemente psicopatica, molti di più di quanto si possa pensare.

Li riconosci immediatamente a partire dalle sensazioni che ti evocano: angoscia profonda, senso di soffocamento, desiderio di fuga. Le sensazioni disturbanti che ti provocano non sono un tuo difetto emotivo, ma guide infallibili, che puoi usare come porte d’accesso a una comprensione più razionale della situazione nel suo complesso.

Un capo mediamente "sano" sul piano psichico non ti fa sentire mai a rischio di distruzione. Anzi, ti incentiva a crescere, a dare il meglio di te, ti dà fiducia anche quando ti fa vedere i tuoi errori. E quando sei pronto a prendere il volo, anche se prova dispiacere, ti lascia andare via. Perché crede nel valore dello sviluppo del talento e dell’auto realizzazione. Perché riconosce che l’altro siamo noi, ovvero che i nostri bisogni, che consideriamo legittimi, sono anche quelli che nutrono gli altri.

Un capo che privilegia la collaborazione rispetto alla competizione e alla sopraffazione ti lascia ampi margini di autonomia, non ti fa sentire controllato o a disagio ogni volta che prendi un’iniziativa che lui non aveva preso in considerazione.

Hai la percezione di essere un suo complice, che però non deve ubbidire ai suoi capricci o non deve costantemente dipendere dalla sua approvazione. Non senti l’autorità ma l’autorevolezza di chi può insegnarti ma è anche disposto a imparare da te.

Non avverti invidia, piuttosto se sei bravo capisci che ti ammira, ti stima e desidera il meglio per te.

La sociopatia e la disgregazione della struttura sociale

Purtroppo queste figure manageriali sono sempre più rare da trovare in aziende, studi e luoghi professionali di ogni genere.

È il problema dei nostri tempi: la sociopatia sta dilagando, nella misura in cui la società stessa si sta disgregando. Società, lo dice la parola stessa, significa individui che condividono gli stessi luoghi e si aggregano perché a stare insieme si è più forti che da soli.

Lo stare insieme civile si basa sui valori del contenimento delle proprie pulsioni egoistiche, sul rispetto dell’altro, sulla valorizzazione dei talenti altrui, sull’ammissione intelligente che noi non siamo tutto, che per quanto bravi possiamo essere abbiamo i nostri limiti. Gli altri sono guardati come delle risorse e non come dei nemici, come esseri che ci completano, come parti indispensabili di un quadro di cui facciamo parte, in cui siamo tutti quanti comparse e non attori che si prendono tutta la scena.

Il culto dell’Io di questi ultimi decenni sta indebolendo pesantemente la struttura sociale. I capi accentratori, narcisisti, umanamente scorretti finiscono col danneggiare l’azienda stessa. Non è solo una questione interpersonale, di difficoltà comunicativa. La psicopatia al potere ha un effetto distruttivo non solo sulla psiche di chi la deve subire ma anche sull’aggregato produttivo stesso.

Gli ambienti di lavoro, oltre che tossici sul piano emotivo, sono sempre più segnati da inefficienza, stagnazione, spreco di tempo e di energie. Tutto perché al governo esistono soggetti che antepongono le loro personali necessità di brillare su tutto, persino sullo stesso business che dovrebbero concorrere a sviluppare.

Ecco che riunioni inutili, richieste assurde, procedure farraginose, diktat incomprensibili sul prosieguo di certi tipi di attività sono espressioni della volontà di potenza acefala di pochi, che finiscono per danneggiare l’azienda nel suo complesso e quindi la possibilità di produrre valore.

Il nichilismo della personalità sociopatica

Ma ai soggetti esaltati da loro stessi non importa se comportandosi in questo modo si impoveriranno anche loro. La prospettiva è sempre di medio termine, lo scopo è sfruttare il più possibile la situazione di vantaggio attuale, spremere lo spremibile e giocare scorretto in modo da poter saltare dalla barca nel momento in cui inizia ad affondare irreversibilmente.

La personalità sociopatica non ha a cuore nulla e nessuno che non sia se stessa. Non è semplice egoismo o individualismo, è qualcosa di più profondo, che affonda le radici in una visione oscura e nichilistica della vita. Se nulla ha senso, se la vita non conta nulla, tanto vale godere più che si può senza alcuna visione del futuro, senza alcuna ottica di costruzione comune. E chi prova a fare qualcosa, a opporsi al sistema o alla loro autorità, è da fare fuori, da azzittire, da schiacciare come un insetto che infastidisce o intralcia la loro folle corsa. La patologia nasce proprio da questo uso smodato della violenza per assecondare  capriccio, anche il più sciocco.

Ci sono capi che per affermare se stessi nelle lotte di potere con i loro pari grado sono capaci di mettere in scacco per settimane il lavoro di tutto il gruppo di cui sono responsabili. E se qualcuno osa dissentire, viene pesantemente colpito, con il risultato di inibire una risorsa preziosa a quel raggiungimento degli obiettivi (su cui in ultima analisi si basa il successo del leader stesso(.

La violenza narcisistica del sociopatico gli si rivolta contro, ma lui pare goderne, un piacere irrazionale e folle si impossessa di lui. Preferisce distruggere tutto ma continuare a essere al centro delle attenzioni di tutti. I ragionamenti di buon senso non servono per fermarlo, né le opposizioni nette, che vengono sedate sul nascere.

Manipolazione e alleanze di comodo

Non di rado questi soggetti, per ottenere braccia che lavorino per loro in maniera acritica, usano la manipolazione senza nessuno scrupolo. Illudono l’ignaro sottoposto di avere un posto privilegiato nel loro cuore. Fingono di avere un’emotività anche se non provano e non sentono nulla.

Si pongono spesso e volentieri come vittime di altri che complottano contro di loro, così da ottenere la simpatia e la fedeltà dei collaboratori, plagiati rispetto all’esistenza di una causa più grande che coinvolge tutti. In realtà si tratta delle loro piccole e spesso meschine faccende private, schermaglie puerili fra personalità malate entrate in collisione per la supremazia di potere. Spesso le lotte fra pari avvengono nel solco di vecchie amicizie, che amicizie assolutamente non erano. Si trattava di mere alleanze di comodo, camuffate con buoni sentimenti. Il sociopatico usa i sentimenti come cose, soprattutto ama coinvolgere l'altro in modo da confonderlo, fargli abbassare i freni inibitori per poi dirigerlo dove vuole.

Quindi è facile che il suo migliore amico diventi il suo peggior nemico, quando si accorge dei torti subiti e della carta straccia del loro accordo amicale. Non esiste contratto che tenga, la scorrettezza è l’arma preferita da chi non ha nessun freno di natura etica e morale.

Strategie di sopravvivenza e resistenza passiva

Cosa può fare un impiegato o un manager o perfino un dirigente che si trova incastrato in dinamiche simili? Può scegliere di sopravvivere, di non farsi illudere e manipolare. Può restare il tempo che gli serve per imparare ed evolvere, e poi al momento giusto tagliare la corda. Questi personaggi, senza scendere al loro livello, vanno ripagati con la stessa moneta con cui giocano. Il che appunto non equivale a essere come loro, ad agire in maniera sporca o corrotta.

Ripagarli significa dir loro di “sì”, custodendo tenacemente in se stessi il “no”. Certo, loro sono bravissimi a riconoscere e quindi a mobbizzare il dissidente. Pure se simula una non belligeranza, il sottoposto è facilmente identificato dalle antenne sensibilissime del sociopatico assetato di compiacenza e di controllo totale. Piccoli dettagli gli fanno capire che non è dei suoi fedelissimi, che non è pronto a fare di tutto per lui. Anche quando non apertamente in contrasto.

Tuttavia prenderlo di petto non porta da nessuna parte se non si può immediatamente contare su una distanza di sicurezza. Il suicidio non è guerra, e quando le posizioni sono troppo sbilanciate solo la resistenza passiva può consentire la sopravvivenza e lo scioglimento dell’impasse. Bisogna però sempre avere un piano, soprattutto in termini temporali. Se si finisce in una situazione di schiacciamento irreversibile è importante costruire un’alternativa solida, e poi staccare al momento giusto, senza danneggiare se stessi.

A volte le persone, esasperate dai climi asfittici che certi capi malati instaurano sul posto di lavoro, cedono sull’onda della disperazione. E, contro i loro interessi, buttano tutto all’aria, distruggendo magari una carriera lavorativa costruita in anni di sacrificio. Uscire bruscamente dal mercato del lavoro senza alternative può rivelarsi estremamente penalizzante. Perché farsi del male? Darla vinta a questi soggetti che in fondo vogliono solo la morte dell’altro?

Per insegnare qualcosa a questi personaggi bisogna fargli vedere che si sopravvive, e si sopravvive bene, anche senza di loro. Nulla fa più arrabbiare un killer seriale della vittima che gli sfugge e si salva. E che magari testimonia anche a un processo contro di lui.

La carta vincente: freddezza e lucidità

Dunque la parola d’ordine deve essere questa: resistenza, senza clamori, senza emotività. La freddezza, unita alla lucidità nel riconoscere il proprio valore nonostante le insinuazioni sminuenti del capo carnefice, è la carta vincente. Se poi si cambia ambiente e si finisce in uno simile si può comunque agire in modo da non ricadere nei vecchi errori. Magari stando più sulle proprie, non immischiandosi emotivamente, guardando sempre le dinamiche con un po’ di distacco, evitando di entrare direttamente nel mirino della distruttività.

L’ideale sarebbe riuscire a costruire qualcosa di proprio, non intaccabile da nessuno. Ma questo punto è davvero appannaggio di pochi. Ci vogliono carattere d’acciaio, competenza e l’occasione giusta, da prendere al volo.

Tuttavia esistono ancora delle professioni che consentono ampi margini di autonomia. Le alte sfere interferiscono ma fino a un certo punto, consentendo di trovare un equilibrio sostenibile.

Il supporto della psicoterapia nel mobbing

Quando in terapia incontro una vittima di mobbing sto sempre molto attenta a prendere sul serio le sue lamentazioni. Troppo spesso ho sentito tacciare di paranoia soggetti che avevano percezioni assolutamente corrette, che semplicemente si stavano ossessionando, stavano perdendo il proprio equilibrio emotivo per via dell’eccesso di stress che la sopportazione della situazione malsana stava ingenerando in loro.

La psicoterapia può offrire un ricovero e uno spazio d’ascolto preziosissimo se si vive un rapporto complesso con il proprio capo o il gruppo di lavoro. Uno psicoterapeuta capace può aiutare a operare una ricognizione efficace sul proprio funzionamento psichico, assolutamente non con l’obiettivo di mandare ancora più in crisi ma con quello di identificare quei punti del proprio carattere che meritano attenzione. Scovare i lati di debolezza è utilissimo per mettere a fuoco le ragioni profonde della passività e smuovere le energie per mettersi in salvo.

Allora la crisi lavorativa, incentivata dal contatto prolungato con la personalità psicopatica, può rivelarsi come l’occasione di una crescita e di un salto di maturazione preziosissimo. Quando si attraversano inferni simili e se ne viene fuori grazie a un lavoro puntuale di ricostruzione e di elaborazione, non solo si rinnova la propria forza vitale, ma si acquisisce anche una consapevolezza di se stessi piena e radicata.

Le persone, se diventano coscienti di loro stesse, non si immunizzano dal dolore, quello umanissimo, ma diventano impermeabili alla sofferenza inutile. Quella ingenerata dal dubbio, dalla svalutazione di sé, dall’autosabotaggio, dallo sgambetto della cecità.

Conclusione: riprendere in mano la propria vita

Imparare a vedere la propria persona a trecentosessanta gradi, pregi e difetti, mette al riparo da inutili narcisismi così come da cadute depressive altrettanto superflue. Quando qualcuno sa chi è e cosa vuole la nevrosi resta fuori dalla porta. Sa come proteggersi, come dire di no, cosa fa stare bene e cosa proprio non fa al caso proprio.

Lo psicoterapeuta, al contrario del capo psicopatico, lavora per affrancare le persone. Gioisce nel vederle tornare a stare bene. Il suo sfondo è altamente etico e sociale. Crede nella comunità e spera di contribuire nella formazione di individui svegli e critici, non manipolabili e in grado di prendere in mano la propria vita.

Se siete in terapia e vi sentite liberi di dire, di pensare e vi trovate già a un buon punto, se poi avvertite di venire anche supportati in tutto ciò che riguarda il vostro modo di essere, significa che vi trovate davvero nel posto giusto e avete ottime chance di riprendervi in mano la vostra vita.

Guardando indietro a un certo punto d sarete grati a quel capo tossico, perché capirete quanto sia stato fondamentale a mobilitare delle risorse che magari sarebbero rimaste silenti in una situazione tutto sommato più tollerabile. È la famosa uscita dalla zona di comfort: a volte è proprio il negativo ad assumere la funzione di risveglio.

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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