I vari volti della solitudine

La solitudine è uno stato a cui non si associa invariabilmente un unico modo di sentire. Esistono infatti vari tipi di solitudine, accompagnati da vissuti anche molto diversi, addirittura diametralmente contrapposti.

La principale differenza fra la solitudine che reca con sé tristezza e senso di isolamento e quella che apporta al contrario sollievo e leggerezza risiede nel fatto di essere subita piuttosto che attivamente ricercata.

La solitudine subita è quella che ci troviamo a sperimentare quando, pur desiderando un contatto umano, per vari motivi non riusciamo ad averne accesso. A volte pensiamo di essere noi a scegliere liberamente di stare da soli. In realtà, se ascoltiamo attentamente le nostre sensazioni, possiamo capire se si tratti davvero di una libera scelta, di un’esigenza vitale, oppure di un ripiego per sfuggire alla paura.

La solitudine, quando è benefica, è anche creativa. L’essere umano non può essere continuamente in relazione agli altri, pena la perdita di un contatto profondo con se stesso. Le capacità critiche si sviluppano infatti in solitudine. C’è il momento del confronto con l’altro, preziosissimo e fonte di ispirazione, ma è altrettanto necessario uno spazio tutto per sé. Un vuoto che predispone alla creazione, all’espressione della propria soggettività in opere di vario genere o al semplice raccoglimento nella propria intimità.

Oggi un problema diffuso osservato frequentemente da uno psicologo a Milano è quello della connessione perenne attraverso internet e i social network. Le chat appaiono in un certo senso come rimedi alla solitudine “cattiva”, quella da isolamento sociale. Ma, oltre ad alimentare illusioni a causa della mancanza dello scambio con l’altro in carne ed ossa, finiscono per complicare lo sviluppo della solitudine “buona”. Quell’ambito inviolabile che ciascuno dovrebbe cercare di custodire per non essere sopraffatto dal conformismo dei pensieri e dei sentimenti.

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Esistono infatti un narcisismo "sano" ed uno "malato". Il primo non è altro che amor proprio, coscienza di sè, rispetto e cura per se stessi. È, freudianamente parlando, un equilibrato investimento libidico sull'io, necessario alla vita. Freud parlava di un "narcisismo primario" del piccolo dell'uomo, necessariamente chiuso nel suo guscio per sopravvivere e svilupparsi, avvolto in un bozzolo di bisogni e di indifferenza rispetto al mondo esterno.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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