Quando l’odio si nasconde dietro all’amore

L’odio spesso costituisce la faccia in ombra dell’amore. È un fenomeno molto visibile nelle patologie gravi e nei disturbi del carattere ma ne possiamo cogliere delle sfumature anche in situazioni più vicine alla così detta “normalità”.

In esse è messa in gioco un’ambivalenza più sottile, relativa soprattutto alle strutture psichiche di stampo ossessivo, più marcate e più diffuse fra i maschi (anche se non sono assolutamente da escludersi le donne). Essa viene smascherata tendenzialmente tramite l’analisi, perché il soggetto non la avverte, non la percepisce e non la problematizza, se non dopo che certi equilibri vengono improvvisamente a rompersi.

Vari tipi d’amore

Verrebbe da dire che se c’è autentico amore non può sussistere odio, perché il primo vuole unicamente il bene dell’altro, mentre il secondo esprime al contrario pura distruttività. I due sentimenti sembrano inconciliabili. Ma a ben vedere non lo sono, se facciamo un po’ di chiarezza su cosa chiamiamo con il termine amore.

In realtà si usa la parola amore per indicare una gamma molto varia di affetti umani. L’amore può essere inteso come attaccamento, come bisogno primario di accudimento, come desiderio di fusione, come immedesimazione, come rispecchiamento idealizzante, come rinforzo al proprio Io. Queste sono le forme più rudimentali, meno evolute dell’amore.

Poi esiste l’amore più alto, che prescinde in larga misura dal proprio bene, dal proprio interesse e che accoglie l’altro non per come dovrebbe essere e per ciò che dovrebbe fare per noi ma per quello che è, in tutta la sua diversità e spigolosità. Esso tuttavia non esita nel masochismo, perché non perde mai di vista una prerogativa dell’amore, ossia il rispetto di sè. Se questa soglia viene varcata, siamo nuovamente fuori dal campo dell’amore spassionato e rientriamo in quello dell’egoismo: Il masochista nel soffrire infatti gode.

L’ambivalenza ossessiva

L’ambivalenza di stampo ossessivo ha molto a che fare con la prima forma d’amore, ovvero marcatamente improntata all’accudimento (la nota relazione anaclitica, d’appoggio di cui parlava Freud), oppure speculare e di rinforzo narcisistico. Anzi, la difficoltà ad accedere all’altro piano, quello dell’amore disinteressato, quello dell’incontro maturo con la differenza propria e dell’altro ne riassume la problematica di fondo.

A prima vista tuttavia l’amore di certi uomini o di certe donne con una struttura ossessiva sembra il più generoso e senza riserve. Infatti non bisogna pensare a individui immorali o antisociali. Tutt’altro, si tratta per lo più di persone comuni, lavoratori, brave persone, padri e madri di famiglia responsabili e dediti alla cura dell’altro. Che ogni tanto certo, danno i numeri, diventano crudeli, aggressivi. Ma che poi si riplacano in un placido ed apparente quieto vivere, aimè spesso carico di risentimento.

Se analizziamo a fondo il loro modo di amare notiamo infatti, sotto alla patina di superficiale dedizione, un atteggiamento di controllo esasperato. Rispondere alle aspettative del compagno facendo tutto ciò che questi si attende sembra segno di grande disponibilità. Ma significa davvero amore spassionato? O piuttosto un tenere in ostaggio l’altro?

Ciò generalmente avviene con ricatti più o meno sottili del tipo “con tutto quello che faccio per te”. Si realizza cioè un rendersi indispensabili che limita la libertà del partner anziché potenziarla. Una forma di compiacenza ai limiti del servilismo che consente sia di essere lasciati in pace che di non dare scampo all’altro, esercitando il tipico potere del servo sul padrone.

Il partner in qualche modo è percepito allora come un padrone. Ma perché? A volte lo è nel reale, perché francamente dominante, arrogante e richiedente. Altre può essere anche la persona più mite di questo mondo. Ma poco conta, perché su di lui è proiettata l’immagine inconscia dell’Altro che il soggetto si porta dentro. Quella per l’appunto del tiranno.

Così la donna fortemente desiderata può essere vissuta come un padrone, detestata in quanto questo desiderio violento che supera la volontà cosciente e che resta misterioso tiranneggia il soggetto, privandolo del consueto controllo da parte del suo Io. Oppure l’odio può parimenti riversarsi verso la donna al contrario mai amata ma scelta per senso del dovere. In ogni caso il partner diventa il bersaglio di un’aggressività inconscia che ha origini antiche e che poco ha a che fare con la sua persona in quanto tale.

A questo punto appare chiaro come il tanto decantato amore di chi si sacrifica non nasconda altro che una spinta aggressiva nei confronti del suo bersaglio. Un odio rancoroso cova sotto l’oblatività, sotto la cura. Che emerge solitamente all’improvviso, con scatti d’ira, mutismi, distacchi immotivati. Tutti animati dalla precisa intenzione inconscia di farla pagare all’altro, di umiliarlo, di fargli pesare tutto ciò che gli è stato dato.

Il timore della mancanza

Ciò che il soggetto fatica a dare infatti è se stesso. Si danno cose, si dispensano cure, consigli, si fanno sacrifici, commissioni, ma poi meglio che non venga chiesto altro. L’ossessivo dà tutto ma non vuole che gli venga chiesto nulla su un piano diverso, su quello cioè della mancanza.

La mancanza costituisce infatti un terreno scivoloso: mancare di qualcuno, dunque donarsi implica spossessamento, disarmo, perdita di certezze, la sofferenza di venir strappati da se stessi, dal proprio Io che vigila su tutto.

Cosa intollerabile per questi soggetti, che magari hanno dovuto rifugiarsi in se stessi, costruirsi una corazza per proteggersi ed essere lasciati in pace da un genitore eccessivamente ingombrante, tirannico, distante oppure troppo domandante.

La compiacenza era così diventata il modo usuale per tenere le distanze, per tenere buono l’altro nel mentre si facevano i fatti propri, sempre di nascosto. L’adesione alla legge dell’altro (l’amore inteso come “faccio tutto quello che vuoi”) portava una serie di comodità e di vantaggi, ed esisteva in contemporanea al fare le cose proibite di nascosto (espressione di un odio rancoroso verso l’altro) senza una franca ribellione che permettesse di affrontare a viso scoperto il padrone e di vivere alla luce del sole la propria vita, i propri desideri autentici e i rischi ad essi connessi.

Ecco dunque come certe situazioni del passato vengano automaticamente rivissute da adulti nei rapporti con i partner e con i figli, al di fuori della consapevolezza.

Un’analisi, di solito richiesta quando tali  relazionii vanno in crisi (generalmente quando i soggetti vengono lasciati, loro il passo non lo farebbero mai), può così smascherare l’odio inconscio che cova dietro l’amore, aprendo la via ad una visione nuova e per certi versi spietata di se stessi.

 

 

Tags: Rapporto uomo donna, Disagio contemporaneo

Cerca nel sito

Seguimi su

Articoli più letti

La depressione: superarla o restarne intrappolati

In alcuni momenti della vita può capitare a tutti di trovarsi in balia di altre persone o di eventi esterni. Così come può accadere di sperimentare la delusione, il tradimento, l’abbandono, la perdita. In queste situazioni possiamo andare incotro a vissuti di depressione, di impotenza e solitudine.

Riconoscere la depressione

Come si riconosce una depressione? Cosa la distingue dalla semplice tristezza? Sicuramente la sua durata nel tempo e il suo grado di interferenza sulla capacità di azione. Una certa variabilità dell'umore fa parte della natura umana, per cui esistono delle oscillazioni assolutamente normali che sono semplicemente conseguenza di accadimenti esterni.

Depressione: tre figure della melanconia

Nel testo "Il discorso melanconico" Marie Claude Lambotte espone una tesi originale che tenta di disgiungere la melanconia sia dalla psicosi maniaco depressiva (in cui tende ad essere ricondotta dalla psichiatria) che dal lutto (al quale viene accostata per lo più dalla psicoanalisi).

Elogio della malinconia

C’è una differenza enorme fra la melanconia clinica e tutto ciò che definiamo genericamente come malinconia. Così come non possiamo ridurre la malinconia come stato d’animo alla depressione patologica, benché condivida con essa alcune caratteristiche.

Mania e depressione: "una mente inquieta"

"Una mente inquieta" è il racconto autobiografico di Kay Redfield Jamison, psicologa americana affetta dalla sindrome maniaco - depressiva (detta altresì disturbo bipolare).È un testo molto interessante, perché coniuga in maniera inedita il racconto dell'esperienza della malattia con le conoscenze scientifiche possedute a riguardo dall'autrice.

Ansia, depressione e sintomi psichici:possibili ricadute sulle relazioni affettive

Spesso chi soffre di un qualche sintomo psichico, sia esso di ansia o di depressione, si trova confrontato con un senso di incomunicabilità in relazione a chi gli sta accanto. I parenti e gli amici frequentemente faticano a comprendere che cosa gli stia accadendo.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961

Note legali

Gli articoli, i post, i pensieri in versi e tutti i contenuti testuali originali presenti sul sito sono di esclusiva proprietà della dott.ssa Sibilla Ulivi, ed è vietato copiarli o distribuirli.
Vedi le Note legali.