Desiderio d'altro

Una caratteristica strutturale del desiderio umano e' quella di configurarsi come desiderio d'altro. La soddisfazione cioè non produce appagamento e acquietamento della spinta desiderante, ma paradossalmente la fa risorgere nel momento stesso in cui la placa. E' come se, arrivati al culmine della pienezza, inconsciamente ci dicessimo: << e adesso? Che cosa c'è dopo? Cos'altro?>>. Rinnovando la stessa insoddisfazione che ci aveva mosso in partenza.

Esempi di questo meccanismo li possiamo rintracciare in tutti gli ambiti in cui si dispiega la nostra energia desiderante, nell'amore, nel lavoro, nelle relazioni, nei piaceri mondani. In partenza siamo sempre spinti da una mancanza, ma dopo aver conquistato la meta ed essere giunti al godimento della condizione agognata ci ritroviamo confrontati con una nuova irrequietezza, che ci spinge ancora una volta verso altro, verso ciò che non c'è.

Il meccanismo descritto concerne un tratto inaggirabile del desiderio umano, la sua tendenza a scivolare continuamente da un oggetto all'altro, in un rilancio infinito.

Se però le cose stessero solo così non esisterebbe alcuna possibilità di soddisfazione permanente, mentre nella nostra vita o in quella di altre persone possiamo avvertirne l'esistenza, la presenza autentica, l'impronta gioiosa. Capita a tutti di incontrare persone che non desiderano altri partner al di la' del proprio o non scambierebbero mai la propria professione con un'altra.

Come si concilia tale pienezza se il desiderio appare intrinsecamente orientato verso altro?

La contraddizione e' solo apparente. Anche nella ricchezza della realizzazione possiamo osservare il movimento del desiderio verso altro. Solo che questo altro lo si ritrova nella cosa stessa che ha generato appagamento. Alla soddisfazione segue nuovamente l'insoddisfazione che riattiva il moto desiderante, ma quest'ultimo si rivolge proprio a ciò che l'ha placato. L'altro coincide così con lo stesso. Il nuovo lo si ritrova nel vecchio. In un rilancio che può durare una vita intera.

Dunque una bussola infallibile per riconoscere se siamo davvero soddisfatti del nostro amore, del nostro lavoro o in generale della nostra esistenza e' chiedersi << così com'è, fatiche e difetti inclusi, ne voglio ancora?>>. Non a caso la parola "ancora" e' associata dallo psicoanalista Jacques Lacan a quella "amore". L' amore lega il desiderio al godimento, la mancanza alla pienezza. Arresta la fuga del desiderio, non nel senso di imbrigliarlo, tenerlo in gabbia, a bada. Il desiderio nell'amore e' libero, la fedeltà allo stesso non appare frutto di costrizione, impegno, rinuncia. La fuga verso l'altro si trasforma in rincorsa verso ciò che già c'è. Anche nelle difficoltà, nelle crisi, nella fatica che ogni impresa duratura inevitabilmente ci mette di fronte.

Se ci accorgiamo che questo "ancora" nella nostra vita professionale o in quella affettiva manca, allora forse ciò che ci ha mosso era un desiderio non allacciato all'amore. In questi casi si tratta di un segnale importante da non sottovalutare, che indica la necessita' di un cambiamento.

Se però ripetutamente constatiamo che i nostri desideri non sono mai durevoli, c'è qualcosa in noi che ci impedisce di lasciarci andare all'amore. E una psicoanalisi può aiutarci qui a capire perché e cosa non va. Non nel senso di costringerci a una fedeltà priva di slancio vitale. In alcuni casi e' meglio tradire, meglio tagliare i ponti che continuare a tradire se stessi. In ogni caso e' bene interrogarsi prima di agire, soprattutto nel momento in cui verifichiamo un nostro essere costantemente giocati dal meccanismo distruttivo e bruciante dell'insoddisfazione cronica.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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