Volti dell'insoddisfazione

L'insoddisfazione e' uno stato mentale caratterizzato dalla spiacevole sensazione di non percepirsi a proprio agio nella situazione che si sta vivendo, come se non ci trovassimo al posto giusto nel momento giusto. Implica dunque un rifiuto nei confronti della realtà con la quale si è in contatto e un desiderio di fuga, la spinta a ricercare altrove pienezza e appagamento.

Spesso si accompagna a vissuti di rabbia, frustrazione e tristezza, anche se può manifestarsi in maniera più sorda e sfumata, assumendo la forma di un di tedio permanente che fa da sottofondo alle giornate.

Questa condizione che oscilla fra l'irrequietezza e la noia appare sempre più diffusa ai nostri giorni e assume dei caratteri di cronicità. Ciò può essere letto come un segno negativo dei nostri tempi, permeati da una logica basata sul "consumo rapido" estendibile a vari livelli nella vita. Cibo, vestiti ma anche relazioni affettive, libri, cultura vengono aspirati nel tritacarne dell'approccio "mordi e fuggi". Consumare impone tempi corti, taglia fuori quella dimensione dell'attesa in grado di alimentare un solido desiderio. Alla brama segue un'immediata gratificazione, che però si esaurisce in fretta, spingendo subito verso altro, in un ricambio continuo all'insegna di superficialità e noia.

In quest'ottica l'insoddisfazione cronica appare il frutto di una riduzione del desiderio umano a puro vuoto da riempire. Colmare la dimensione di mancanza che attraversa l'uomo per mezzo degli oggetti si rivela però un'ingenua illusione. Il desiderio ridotto a bisogno risorge proprio nel momento in cui quest'ultimo viene placato con il ricorso alle cose materiali. Ecco perché a molte donne capita di sentirsi tristi dopo una sessione di shopping che avrebbe dovuto " tirarle su". Molte di loro, invece di interrogarsi su questo apparente paradosso, si riprecipitano negli acquisti, cercando sempre nel capo nuovo quello che darà la vera svolta senza trovarlo mai.

A questo punto appare evidente come esistano due forme di insoddisfazione. Quella cronica, indistruttibile, inaridente, in un certo senso sterile e fine a se stessa, capace solo di riproporre sempre semplici copie dello stesso, determinata e mantenuta da una confusione di fondo fra bisogno e desiderio. E quella invece potenzialmente generatrice di qualcosa di autenticamente nuovo.

Desiderare vuol dire mancare, significa dunque non essere soddisfatti, percepire che c'è qualcosa che ci sfugge. Non nei termini del possesso, sia esso di un oggetto prezioso, di un abito, di una bella donna o di un lavoro prestigioso. Tutte queste cose, se agguantate per la gratificazione narcisistica di ritorno che danno al nostro Ego, non donano nessuna pienezza. Possono apparire di per se' piacevoli ma non apportare alcuna realizzazione, venendo così destinate a essere sostituite con altre simili.

L'insoddisfazione può invece essere l'anticamera di una soddisfazione possibile se si aggancia al sentore che ciò che ci circonda, pur a volte nel suo splendore esteriore, non ci sta dando veri stimoli, vera gioia, vera crescita.

L'esito davvero generativo e creativo di questa presa di distanza lo si ha quando non ci precipitiamo impulsivamente ad agire nel senso di distruggere quello che abbiamo intorno senza avere alcuna idea del perché non stiamo bene o di cosa vorremmo davvero, bensì quando ci mettiamo in moto a cercare, in solitudine, la nostra via. Nel momento in cui l'avremo trovata, voluta, perseguita con fatica e sopportazione dell'isolamento che a volte comporta, il distacco verrà da se', sia nella forma del taglio netto che della lenta, impercettibile  erosione.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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