Analisi e divenire se stessi

La mira principale di una psicoanalisi è quella di favorire, in un soggetto bloccato dalle sue nevrosi, la liberazione da quei vincoli mentali che ne limitano le possibilità di realizzazione.  Ciò a partire dalla consapevolezza che ogni uomo è per struttura condizionato e per certi versi addirittura fabbricato dall’Altro, dalle attese e dalle caratteristiche del contesto familiare e sociale di appartenenza.

Tale coscienza della schiavitù a cui siamo tutti sottoposti non coincide però per la psicoanalisi né con una sterile commiserazione rispetto al destino ineluttabile di chi è stato esposto a congiunture sfavorevoli,  né al contrario con un ideale ingenuo di liberazione totale dai limiti  e dalle sventure reali che possono mettere in scacco una vita.

Per la psicoanalisi l’assoggettamento alienante all’Altro a cui nessun uomo può sfuggire (pena la follia vera e propria) da una parte determina una perdita di essere, dall’altra produce come plus l’iscrizione nella società, dà un posto, umanizza. Ora a questo primo tempo (che va inteso non in senso cronologico ma logico) ne segue un secondo, che prevede un recupero del proprio essere più autentico a partire dalla separazione dall’Altro. Questo si configura propriamente come il tempo della “soggettivazione”, del passaggio cioè dall’essere schiavi passivi del volere altrui all’assunzione creativa e originale di ciò che si è stati per l’Altro.

L’analisi si configura così come un processo che va a rafforzare, sviluppare ulteriormente e in alcuni casi addirittura ad attivare questo processo di soggettivazione, attraverso la rilettura del proprio passato, della propria storia. Ciò non tanto nell’ottica di tirar fuori un tesoro nascosto nel passato, quanto in quella di poter rileggere ciò che è stato a partire da una luce nuova, una diversa prospettiva, una nuova consapevolezza. Che determina in tale modo la possibilità di distanziarsi dall’essere vittime passive di una storia sfavorevole, vittime del volere altrui.

Chi chiede aiuto ad uno psicoanalista molto frequentemente soffre di alcuni sintomi che mettono in scacco la sua vita e che riflettono la sua posizione di fondo di assoggettamento all’Altro, un’empasse nella separazione e nell’affermazione della propria soggettività, delle proprie passioni e desideri al di là di ciò che vuole l’Altro. Tipicamente si tratta di sintomi “nevrotici”, che hanno il carattere dell’inibizione e della sudditanza alla domanda dell’Altro piuttosto che della ribellione angosciata e dai toni a volte melodrammatici che però non sfocia mai in un’autentica separazione, in opere e atti creativi davvero personali.

Il lavoro psicoanalitico può lentamente portare a vedere la propria parte nel malessere di cui ci si lamenta, promuovendo interessanti ribaltamenti di prospettiva. Un’analisi fa incontrare la propria lesione, la propria castrazione strutturale, la propria solitudine esistenziale parallelamente a quelle dell’Atro.  Non per far stare ancora peggio, ma per mostrare che se da una parte l’Altro è potente e noi schiavi, lesi, castrati, dall’altra lo stesso Altro è mancante, vuoto, bucato, privo di risposte sul nostro essere, inconsistente. E dunque in una certa misura siamo liberi…

Se ciò produce solitudine può anche però svegliare, perché mette di fronte alla propria responsabilità di fronte a se stessi. Gli impedimenti alla propria realizzazione esistono in gran parte solo nella nostra mente e quelli esterni, quando ci sono davvero, vengono amplificati enormemente dalle nostre paure…Da questo punto di vista  il lavoro psicoanalitico ha a che vedere con una vera e propria maturazione, ci si lascia alle spalle una posizione di fondo  infantile per accogliere e mettere a frutto la propria esistenza nella sua complessità senza il riparo rassicurante ma soffocante dell’Altro.  E ciò a qualsiasi età, non essendo mai troppo tardi per alzare uno sguardo coraggioso sulla vita.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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