L'angoscia è un segnale del desiderio

Siamo abituati a ritenere l'angoscia come uno stato spiacevole tout court, da cui tentare di prendere le distanze, data la sua forte tonalità negativa. Quando siamo angosciati infatti ci sentiamo preda di una sensazione particolarmente penosa, una sorta di spossessamento da noi stessi che ci priva della consueta lucidità con cui ci muoviamo nel mondo.

Tutto di colpo ci appare incerto ed estraneo, siamo come in balia di una forza che riduce le nostre possibilità espressive, riducendoci a puro corpo, pura pulsazione, pura materia senza senso.

La sgradevolezza di tale vissuto spinge dunque ad un suo rifiuto e ad innumerevoli tentativi di sfuggirvi. Molte sono le vie che inconsapevolmente utilizziamo per tenerlo a bada: l'iperattività, l'estrema loquacità, l'ubbidienza, il distacco, la freddezza sono tutti esempi di modalità difensive contro l'insorgenza delle sensazioni destabilizzanti descritte.

Ma da dove scaturisce l'angoscia? Perché ci coglie all'improvviso o va a situarsi come un sottofondo costante in alcuni periodi della nostra vita? In una parola, che senso ha? Cosa sta a significare, cosa indica?

Cogliere il suo significato aiuta a collocarla come un evento non più fuori senso, ma dotato di una sua logica. La comprensione razionale non ne attenua di certo la portata, di per sè non controllabile con la ragione, permette però di focalizzare l'attenzione su alcuni aspetti della nostra esistenza che ci sfuggono o non ci sono chiari fino in fondo, di cui l'angoscia è per l'appunto il segnale, la spia rossa di una verità incandescente che ci riguarda intimamente e che non possiamo così ignorare.

In gioco c'è sempre il rapporto che intratteniamo con il nostro desiderio e con quello dell'altro. Così capita che ci angosciamo perché ci sentiamo schiacciati da un eccesso di aspettative provenienti dall'altro, verso le quali siamo magari stati fin troppo compiacenti. In questo caso l'angoscia irrompe come un evento di rottura, che sembra indicarci la necessità di prendere le distanze dalla presa asfissiante dell'altro per recuperare la nostra soggettività, i nostri desideri, la nostra vita.

Può anche succedere il contrario, possiamo angosciarci proprio quando abbordiamo il nostro vero desiderio, soprattutto se l'abbiamo sfuggito a lungo, se non gli abbiamo dato retta preferendo strade più comode e rassicuranti.

Anche un incontro con una persona in quest'ottica può essere angosciante, se ci sentiamo attratti da lei o percepiamo la sua attrazione verso di noi. Qualcosa irrompe all'improvviso negli automatismi del quotidiano, scompaginando le nostre certezze rispetto a chi siamo e cosa vogliamo davvero. È la voce del desiderio, dell'inconscio a prendere il sopravvento sotto forma di vibrazione corporea, di spossessamento rispetto alla consueta quanto mai illusoria padronanza. Cosa voglio davvero? Cosa vuole l'altro da me? Mi vuole mangiare, sono un oggetto di cui vuole solo godere o rappresento altro per lui? E cosa è lui per me?

Paradossalmente pure rivolgersi ad uno psicoanalista può essere fonte di angoscia, nella misura in cui, dandoci la possibilità di parlare senza veli di noi stessi, ci mette in contatto con le nostre verità, anche quelle di cui di fatto non vorremmo sapere nulla. Inoltre se entriamo in una relazione reale di transfert ci troviamo a sperimentare nei confronti della figura stessa del terapeuta qualcosa dell'ordine del desiderio.

Se da una parte ciò farà parzialmente da ostacolo al procedere della cura, nello stesso tempo costituirà un motore fondamentale ed insostituibile, smuovendo dal torpore e producendo sorprendenti cambiamenti di prospettiva nella direzione dell'assunzione piena di ciò che si vuole e si è.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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