Due volti dell'essere madre

La psicoanalisi anglosassone utilizza la metafora del "contenitore" e della "base sicura" per descrivere il senso più profondo della funzione materna, quello di sostenere l'essere del bambino e di favorirne così l'accesso alla vita. Sulla stessa scia Jacques Lacan parla di cure che "portano il marchio di un interesse particolareggiato": non si tratta solo di soddisfare i bisogni ma di riconoscere la particolarità di quello specifico bambino, diverso da tutti gli altri.

L'effetto di questo riconoscimento è l'installazione del sentimento della vita, un fenomeno non automatico per l'essere umano, che necessita a tal fine del supporto dell'Altro. L'umanizzazione della vita passa infatti attraverso la mediazione del desiderio dell'Altro: essere desiderati, visti, riconosciuti è ciò che instilla la scintilla vitale, ciò che ordina in una buona forma il caos e la vulnerabilità a cui è esposto l'infante.

Purtroppo nella pratica clinica vediamo regolarmente come l'assenza del desiderio nella madre tenda a produrre una caduta nel non senso dell'esistenza del bambino, in misura variabile e mai del tutto prevedibile (in quanto non si tratta comunque mai di un determinismo assoluto, di una legge matematica). Fenomeni psicosomatici e depressivi sono l'effetto più frequentemente riscontrabile di questa assenza di sguardo vivificante, di questo specchio opaco, le cui tracce e la cui incidenza marchieranno la vita del futuro adulto secondo modalità dipendenti da una molteplicità di fattori che possono andare a compensare ed in parte riparare la ferita.

Se quindi la psicoanalisi lacaniana è sulla stessa scia della scuola inglese rispetto al valore dell'amore materno, essa tuttavia ne complessifica la visione, mettendone il luce un volto meno ideale ma molto reale e presente in ogni esperienza di maternità.

Il riconoscimento della particolarità del bambino è infatti connesso alla capacità della madre di rispettare la diversità del suo piccolo, di cogliere la sacralità della sua esistenza, di accettare la sua irriducibilità alla propria. Questo passaggio non è così semplice e scontato perché su di esso fa interferenza un fantasma inconscio connesso al divenire madre. Ogni donna che genera un bambino sperimenta un godimento sconfinato, un essere piena, colma, potente. È difficile dunque non cedere alla spinta a tenere stretto il proprio frutto, a lasciarlo respirare, a lasciarlo andare senza farlo cadere.

Freud sosteneva che una donna con la maternità potesse finalmente appropriarsi del fallo che le manca. Il bambino nella visione freudiana rappresenta tutto intero il fallo, inteso come oggetto che va immaginariamente, illusoriamente a colmare la castrazione della donna. Ciò avrebbe secondo la lettura lacaniana una valenza immaginaria, ma anche simbolica e reale.

Quando il bambino è per la donna il simbolo dell'amore per il suo uomo le cose vanno al meglio perché l'amore per il piccolo non si richiude completamente su di lui ma rimanda ad altro, è metafora dell'amore per il padre. Qui c'è in gioco anche il fallo simbolico, qualcosa che va al di là, un altrove, il desiderio della donna viene catturato simultaneamente da altro, dal suo uomo. L'equivalenza bambino fallo immaginario viene mitigata, così come qualcosa del correlato pulsionale connesso all'istinto materno viene drenato.

Un bambino però può nascere anche in una coppia in cui l'uomo (per i motivi più svariati) non aggancia saldamente il desiderio della partner, che finisce così per orientarsi in maniera speciale verso il figlio. Allora il piccolo incarna in maniera più accentuata il fallo immaginario e per certi versi anche un oggetto pulsionale. Da una parte accentua il narcisismo della donna, rappresenta un ideale, una proiezione di sè, un vero e proprio "gioiello". In questo caso il rischio è non amarlo per quello che è, nel suo reale inassimilabile a qualsivoglia modello, costringendolo ad essere ciò che può piacerle e farla contenta. Il bambino diventa compiacente rispetto al desiderio materno ma anche ansioso, soffocato da un ammontare di aspettative. Già da piccolo e poi da adulto si ritroverà alle prese con la nevrosi.

D'altro canto il bambino rappresenta pure un oggetto che va saturare la mancanza materna in termini pulsionali. L'istinto materno mostra un carattere famelico, c'è in gioco un godimento che può raggiungere l'eccesso, una pienezza che supera perfino quella legata all'incontro con l'uomo.

Se questo versante si accentua troppo, se non viene bonificato da altro, se non rimane in tensione, in dialettica con altro, ecco che gli effetti sono gli stessi dell'assenza dello sguardo vivificante di cui parlavamo all'inizio. Assenza o eccesso di presenza dai caratteri divoranti danno luogo a sintomi molto simili, in un pericoloso azzeramento del desiderio e del suo potere umanizzante.

 

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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