Perché la nevrosi non è la perversione

A tutti i clinici può capitare di imbattersi in soggetti strutturalmente "perversi", anche se tendenzialmente le loro domande di aiuto sono al fondo inconsistenti e le relative terapie sostanzialmente inconcludenti. È bene che il terapeuta sia in grado di distinguere un nevrotico che può mostrare tratti perversi (nella sessualità così come nelle relazioni) da un perverso vero e proprio, perché si tratta di soggetti che differiscono profondamente in quanto alle logiche che governano i loro comportamenti. Le modalità di trattamento varieranno dunque in maniera significativa a seconda della diagnosi differenziale.

Il punto fondamentale su cui nevrosi e perversione mostrano tutta la loro discontinuità riguarda il rapporto con la legge. Il nevrotico è toccato dalla legge dell'uomo (la cultura), mentre il perverso la rifiuta radicalmente. Il che non significa che la nevrosi coincida tout court con l'obbedienza alle regole sociali, anzi, i comportamenti trasgressivi (tradimenti, imbrogli, menzogne) sono spesso alla base della stessa sofferenza nevrotica. La differenza sta nel fatto che il nevrotico patisce nel trasgredire, ne gode e ne patisce insieme. Mentre il perverso non solo non soffre ma non trasgredisce nemmeno alla fine, perché la legge per lui semplicemente non vale nulla, è solo carta straccia.

Il soggetto che palesa una sintomaticità di tipo nevrotico è sostanzialmente mancante, diviso, lacerato, come tutti gli esseri umani, anche quelli meno nevrotici. L'umanità stessa implica un'incompiutezza di fondo, una perdita irreversibile, nella misura in cui l'uomo è una creatura civilizzata, incisa dalla cultura, dal linguaggio, dai simboli, dalle leggi, da un trattamento "significante" che lo separa parzialmente dal godimento, inteso come pienezza pura e incontaminata dell'essere. L'uomo è così "mancanza a essere" e la sfida per ciascuno è quella di rendere questa ferita strumento di creatività e di generazione di opere.

L'accettazione della castrazione di fondo che abita l'essere, il riconoscimento della positività del taglio (che apre alla raffinatezza della vita umana) è la sola via per incanalare costruttivamente il desiderio, quella spinta vitale verso l'Altro che nasce proprio a partire dal limite individuale e che tuttavia tende nella nevrosi ad ammalarsi per via di una errata lettura del limite stesso, inteso solo come meno, come privazione, come legge da subire o trasgredire. Non è un caso che nella clinica della nevrosi siano sintomaticamente presenti l'inibizione dell'atto (che può prendere la forma del dubbio perenne, dell'incertezza continua, del tentennamento infinito, della rinuncia coatta) per via di uno strapotere della legge o al rovescio il senso di colpa per il suo oltrepassamento, operato in virtù del raggiungimento di un godimento di "contrabbando" . Tali punti orientano il clinico nel riconoscimento della nevrosi rispetto alla perversione: inibizione e senso di colpa dimostrano l'operatività della legge, pur nella sua accezione nevrotica di padrone assoluto.

Ora, chi è invece il perverso? Si tratta di qualcuno che intende affermare una libertà assoluta rispetto alla legge, rinnegando del tutto la mancanza e la vulnerabilità umana. Il perverso pertanto punta al godimento risolutamente, senza tentennamenti. Dalle sue azioni e spesso anche dalle sue parole si coglie la convinzione che la legge umana sia una cosa ridicola, moralistica e repressiva da cui l'uomo va liberato nel nome di una supposta legge "naturale" del godimento. In quanto tale senza limiti, senza freni, e senza rispetto dell'umanità dell'Altro. Il soggetto perverso si fa lui stesso oggetto e strumento di godimento, sia che eserciti dei comportamenti sadici o al contrario sia un masochista. La sacralità dell'umano viene irrisa mentre l'essere è degradato a mero oggetto, a puro pezzo di corpo di cui godere illimitatamente senza considerane alcun libero arbitrio.

Per il perverso la legge umana è solo ipocrita e falsa, un impedimento al manifestarsi dell'esuberanza pulsionale. Esiste solo il godimento, il perverso vuole dimostrare che al fondo ogni uomo, anche quello più morale, è corruttibile, bestiale, egoista, perverso appunto. Rifiutando il carattere necessariamente limitato e castrato del godimento umano (cosa che apre alla magia, alla potenza del desiderio e dell'amore verso l'Altro) questi tenta, in nome di una supposta libertà assoluta, di risalire al godimento pre linguistico dell'origine, un godimento al fondo incestuoso.

Spesso, anche se gli esiti di questi avvenimenti possono non essere necessariamente perversi, si osserva nelle storie di questi soggetti un predominio di un materno prepotente, che fa fuori la legge del padre e che appare agli occhi del figlio come una vera e propria potenza naturale. Si tratta delle famose "madri falliche", esse stesse non sottoposte al taglio della castrazione ed avide nei confronti dei propri figli, trattati come oggetti di cui godere e di cui liberarsi bruscamente quando sono di troppo, da inciampo al loro stesso godimento.

Il perverso è dunque un soggetto compatto, indiviso, difficilmente trattabile. Quando si rivolge ad un terapeuta raramente lo fa con l'intenzione di essere davvero aiutato e fermato. Va piuttosto dall'Altro per tentare di angosciarlo e di corromperlo (portandolo sulla scena), per affermare, ancora una volta, il primato del godimento su tutto.

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