Sul farmaco nella cura

Esistono situazioni, non necessariamente le più gravi, in cui il terapeuta propone come integrazione al trattamento psicoterapeutico una cura farmacologica. Generalmente si tratta di quei casi in cui il dolore psichico è troppo intenso, ai limiti della sopportabilità soggettiva. Tale sopportabilità è infatti personale, varia da soggetto a soggetto, e pertanto non dipende dalla gravità del quadro clinico.

Il farmaco può così calmare un moto ondoso trasformatosi in burrasca. La navigazione può in tal modo riprendere, il lavoro di parola può riavviarsi. Sgomberato il campo da una quota di pressione psichica paralizzante e ammutolente il discorso si rianima, la mente può formulare dei pensieri, verbalizzarli e trarre beneficio da tale lavoro di elaborazione.

Spesso tuttavia, proprio a causa degli stessi vissuti depressivi di cui la persona che chiede una consultazione si lamenta, i curanti si trovano confrontati con un netto rifiuto di ogni supplemento farmacologico. "Ce la devo fare da solo" è la frase ricorrente, tipica, ripetuta in maniera monotona e resistente a qual si voglia messa in discussione. Il soggetto afferma risolutamente la propria auto consistenza, la propria indipendenza dall'Altro.
Tale atteggiamento è regolarmente frutto delle medesime dinamiche patologiche che lo tengono in scacco: lui è forte, non può ammettere debolezze, deve mantenere un valore ideale agli occhi del suo Altro, a sua volta ideale, senza macchie, senza falle, senza mancanze.

È proprio a causa di questo diktat inscritto nella mente (dover incarnare un'immagine ideale) che si produce la sofferenza psichica. Essa infatti emerge drammaticamente nel momento in cui il soggetto si trova a tu per tu con la sua "castrazione": un fallimento lavorativo, una delusione sentimentale, una perdita, una malattia. I supporti narcisistici che aveva trovato per innalzare un'immagine di sè splendente di colpo vengono meno, svelando non solo la sua debolezza, ma anche il suo bisogno dell'Altro. Si ritrova così a sprofondare nella vacuità esistenziale, in un sentimento di annichilimento di ogni spinta vitale, in un affetto luttuoso, in un dolore psichico ai limiti dell'immobilismo totalizzante.

Si capisce allora come il rifiuto del farmaco rientri nella stessa logica soggiacente alla comparsa del disagio: la negazione della lesione che accompagna la vita, l'illusione della perfezione propria e altrui. Infondo in molti casi anche la domanda di aiuto nei confronti di uno psicoterapeuta è una falsa partenza, racchiude in filigrana la seguente richiesta: "aggiustami tu, fammi tornare come prima!".

Perché è una falsa partenza? Perché tenta di aggirare, ancora una volta, l'incontro con la propria lesione. Il lavoro psicoterapeutico, in special modo se analiticamente orientato, non rappresenta mai una scorciatoia, una soluzione rapida, ma suppone un attraversamento, dunque un tempo lungo, una fatica. In presenza di un Altro, che non fa il lavoro al posto del soggetto. È il paziente che deve andare a vedere in prima persona delle cose, è sua la parola decisiva. All'interno però di un legame di transfert, in cui il terapeuta c'è, aiuta, è indispensabile ma non si sostituisce al soggetto, non dice cosa lui dovrebbe fare, non ha ricette universali.

Il rifiuto del farmaco, la cui assunzione è correttamente e a ragion veduta indicata dal terapeuta, oltre ad essere spia di un atteggiamento di chiusura narcisistica riflette allora una non volontà di fondo a mettersi davvero in gioco anche su un piano psicoterapeutico.

Cosa fare in questi casi? Se un'insistenza eccessiva sulla compliance farmacologica non fa altro che alimentare la resistenza, è importante nel tempo preliminare del trattamento operare nella direzione della trasformazione della domanda iniziale. È bene che la persona che chiede aiuto riesca nel tempo ad abbandonare le proprie aspettative salvifiche, attraverso la presa di coscienza di una sua implicazione non solo nella sofferenza che denuncia, ma anche nello svolgimento e nel successo possibile della cura stessa.

Più il terapeuta cede alla tentazione di sostituirsi al paziente più la cura parte all'insegna di un falso movimento. Il curante sarà sicuramente attivo, vivo e partecipativo, soprattutto in situazioni in cui prevale l'elemento depressivo. Tuttavia dovrà necessariamente, pur con tutta la cautela e il tatto del caso, porre il suo paziente di fronte alla solitudine della via da percorrere, per incontrare se stesso e la propria divisione senza mistificazioni e senza inganni.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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