Quando l'analisi libera dal narcisismo

In ogni nevrosi si nascondono tratti narcisistici, nella misura in cui chi patisce di nevrosi tende sempre a mettersi in rapporto all'Atro con la finalità di essere domandato da lui (essere visto, voluto, ammirato, considerato), arrivando fino a soddisfarne la domanda con tutti i mezzi per ottenerne l'approvazione (essendo ubbidiente, solerte, zelante). In ambito lacaniano si dice che il nevrotico soffre di un'inconscia identificazione al "fallo", da intendersi come quell'oggetto prezioso che da bambino ha pensato di essere (e spesso è stato davvero) per la propria madre.

Nonostante la crescita e il conseguente distacco dalla madre, l'identificazione è rimasta latente, per via di un rifiuto (altrettanto inconscio) ad accettare la perdita di tale posizione privilegiata, avvenuta dunque nel reale ma non integrata a pieno psichicamente.

L'adulto nevrotico rimane quindi impigliato in un tipo di relazione con l'Altro all'insegna del predominio della domanda: tutti i suoi movimenti verso il prossimo sono condizionati dall'esigenza imperiosa di piacere, di incarnare l'oggetto della sua domanda. Ne deriva una modalità che alterna uno stile improntato al rimanere silenziosamente sulle proprie, in attesa di un movimento da parte dell'Altro (che sia l'Altro a domandarlo) ad uno all'insegna di atteggiamenti servili, un fare tutto per l'Altro attraverso azioni concrete (dispensare piaceri, consigli, aiuti pratici ecc...).

Ogni volta che il nevrotico entra in una relazione è come se inconsapevolmente pensasse: "cosa mi chiederà l'Altro?, cosa vorrà da me?", attivandosi conseguentemente per mostrare il suo lato migliore, performante o seducente. Facendo così mantiene l'illusione che l'Altro esista davvero, cioè che l'Altro sia una presenza veramente e primariamente interessata a lui, non distratta, non inconsistente, non mutevole e aleatoria come accade invece nella realtà. Infondo a conti fatti l'Altro può non volere nulla, magari piuttosto è animato da un desiderio, in quanto tale imprevedibile e non controllabile attraverso nessun exploit.

L'atteggiamento nevrotico porta dunque con sè una quota di inautenticità e di forzatura nei legami. Da una parte perché "obbliga" il soggetto a determinate condotte, condizionandone la libertà espressiva ed inducendolo a soddisfare l'Altro e le sue "supposte" esigenze piuttosto che le proprie. A lungo andare il predominio di tale approccio produce rinuncia, sottomissione e sopratutto sterile lamentazione. Ci si lagna di non poter perseguire i propri desideri a causa dell'Altro, in un circolo vizioso di vittimismo che porta gli attori a rimanere prigionieri del loro stesso gioco all' essere "come tu mi vuoi". Le proprie impasse esistenziali non vengono assunte soggettivamente ma rigettate sull'Altro. Così facendo la responsabilità della scelta viene aggirata mentre il soggetto, incapace di mettersi proficuamente in discussione, si chiude sempre più nel suo bozzolo narcisistico, nel suo orticello fatto di egoismi mascherati spesso da azioni falsamente altruistiche.

La psicoanalisi può incidere realmente su tali dinamiche e riportare il soggetto di fronte al suo desiderio, a patto che lo confronti, almeno un po', con l'inconsistenza dell'Altro, dunque con la sua assenza di domanda. Se il terapeuta si smarca dal gioco simmetrico di domande e risposte e si mette sul piano di colui che non vuole nulla, che semplicemente ascolta, che non agisce secondo schemi prevedibili e ben codificati, allora ha la possibilità di far vivere al suo paziente un'esperienza nuova. Quella del confronto con il desiderio dell'Altro, al di là della domanda.

Togliendo all'analzzante ogni illusione di essere al centro di un'aspettativa o di una richiesta da parte del suo interlocutore gli si fa fare un incontro che ha sempre tentato di schivare: l'incontro con il suo desiderio, l'incontro con se stesso, con quello che è al di là delle mistificazioni del "presentarsi" come un soggetto interessante.

Ciò restituisce sicuramente una quota di autenticità perduta ma produce altresì degli indubbi effetti angoscianti, dal momento in cui, una volta fatta piazza pulita dei condizionamenti legati alla domanda, il paziente verifica uno smarrimento identitario. Chi sono veramente quindi al di là di quello che penso di essere? Cosa voglio lasciando perdere le aspettative che suppongo nell'Altro? L'angoscia è un inevitabile effetto di tale lavoro di lenta dis identificazione dall'essere il fallo, perché è un affetto che interviene ogni volta che ci troviamo spaesati, privati cioè dei nostri usuali riferimenti, degli automatismi che ci limitano ma che al tempo stesso ci danno sicurezza.

Allora un'analisi spinta a fondo permetterà di sganciarsi dall'essere il fallo, il gioiello dell'Altro, per poterlo avere ed usare pienamente sul versante maschile e per poterlo finalmente ricevere davvero su quello femminile. In entrambi i casi si assiste ad un ridimensionamento narcisistico che apre all'esperienza di una pienezza possibile.

 

Narcisismo patologico

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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