La saggezza del clinico: attenzione, meditazione, controllo

Nel testo Area traumatica e campo istituzionale l'autore Antonello Correale cita il filosofo e scrittore francese Pierre Hadot in un interessante passaggio a proposito delle virtù proprie di un curante dei mali dell'anima. Hadot mette in evidenza come tutta la filosofia greco romana fosse orientata, più che all'attività speculativa, alla saggezza, da intendersi come arte del saper vivere. Nel concetto di saggezza sarebbero da individuarsi due elementi solo apparentemente contrapposti: la capacità di riconoscimento del reale e quella di non farsene travolgere.

Il saggio è colui che non ricorre a meccanismi di negazione nei confronti degli assalti della realtà ma sta lì a guardarli in faccia nella loro crudezza. Questo non indietreggiare non esita in un venir sommersi, bensì in un resistere fermamente alla forza dell'onda.

La figura del saggio viene equiparata da Correale a quella del clinico, pur nella precisazione della sua fallacia e vulnerabilità in quanto essere umano. Tre sono le capacità, sempre sulla scia di Hadot, di pertinenza di entrambi: attenzione, meditazione, controllo.

L'attenzione si potrebbe equiparare all'ascolto analitico così come ce lo descrive Bion, senza memoria e senza desiderio, ma anche come lo propone Lacan, sintonizzandolo sul significante. Un particolare, un frammento di discorso viene astratto dal contesto generale e considerato per se stesso, come se ne contenesse un riassunto. L'attimo si sgancia dal flusso temporale, la figura si staglia dello sfondo: emergono così nuovi rimandi e significazioni, altrimenti non visibili perché inghiottiti nel magma del discorso. L'attenzione vista così è propria del saggio e del terapeuta perché coglie una verità non immediatamente visibile, la cattura, la svela, la arricchisce nel qui ed ora. Essa è un primo passo di quel guardare in faccia il reale, operazione imprescindibile per un suo padroneggiamento possibile.

In secondo luogo la meditazione ha molto a che vedere con la pratica clinica di costruzione del caso. L'analista ascolta, raccoglie frammenti singoli, scopre inedite significazioni e tenta di ricostruire su tale base una nuova visione globale della situazione del paziente. Il concetto greco di meditazione prevede l'osservazione dello stesso oggetto da più punti di vista, anche in momenti diversi. Ciò è importantissimo perché arricchisce il tempo della comprensione (analisi) ed evita una sua troppo rapida precipitazione nel tempo della conclusione (sintesi). Il dato sopravvive così nella sua freschezza, senza venir annegato in preconcetti. Il curante saggio sa non avere fretta, sa sostare nella sospensione del non capire tutto e subito.

Giungiamo al terzo elemento, il controllo. Esso significa continenza, temperanza, capacità di vivere pensieri ed emozioni senza scaricarli immediatamente in atti. Ciò ci riporta direttamente al dualismo implicito nel concetto di saggezza: fare spazio dentro di sè alla tempesta, farsene travolgere senza al contempo esserne davvero travolti. Qui sembra essere in gioco il concetto di transfert: l'analista è aperto a farsi attraversare dal tumulto delle passioni ma il suo agire nella cura è libero dalla loro influenza. Amore, odio, dolore, speranza circolano liberamente in lui ma non dominano la direzione della cura. Non si tratta dunque di freddezza, di controllo, di negazione e scissione delle passioni, in quanto tali potenti e inevitabili. Nè siamo nel campo della rassegnazione. La continenza rimanda alla possibilità di trovare un accordo possibile con le pulsioni, un equilibrio, una pacificazione dei conflitti. Che il curante deve essere in grado di esercitare (o almeno provarci!) in primis nella propria esistenza, anche a costo di stravolgerla radicalmente, per poter esporsi efficacemente al transfert dei suoi pazienti.


Correale, sempre seguendo Hadot, ci ricorda infine come un operatore che aspiri ad una saggezza in campo "psi" debba essere sempre conscio dell'esistenza di Eros, inteso in senso platonico come l'aspirazione umana, mai del tutto soddisfacibile, ad una bellezza totale. Si tratta dell'aspirazione a colmare una mancanza mai colmabile pienamente, data la finitezza dell'esistenza. L'importanza di questa consapevolezza è cruciale per non incorrere in ingenui errori, scaturiti dallo scambiare i bisogni con i desideri. Perché una persona che ha tutto dovrebbe avere delle difficoltà soggettive? Una vita in apparenza piena, interessante può di certo nascondere una coscienza infelice.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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