La maternità a tutti i costi

Sempre più donne cercano il primo figlio in tarda età. Colpa della società moderna, dell’agognata stabilità economica che non arriva subito, del mancato incontro d’amore, della cultura edonistica che dissocia il destino individuale dal sacrificio in nome della famiglia.

Le cause sono molte, le giovani crescono puntando tutte le proprie energie sulla realizzazione di sè. Vengono educate così, oppure i messaggi che assorbono dai mass media vanno tutti in tale direzione. Ad un figlio ci penserai, oggi concentrati su di te, coltivati, fai esperienze, non ti legare troppo presto a qualcuno, cerca di assaggiare tutte le possibilità che la vita ti offre.

Il rifiuto della madre

Discorsi di questo genere attecchiscono ad un livello più o meno consapevole soprattutto nelle menti di coloro che sono cresciute all’interno di contesti familiari di un certo tipo, caratterizzati dall’infelicità materna. Queste fanciulle hanno visto i talenti e le aspirazioni delle proprie madri soffocare a causa delle responsabilità imposte dalla maternità e degli egoismi paterni.

I padri sì erano quelli liberi, frequentemente autoritari ed egocentrici. Mentre le madri per lo più restavano schiacciate dal peso del lavoro domestico, in favore del quale bisognava ridimensionare aspettative di crescita professionale e occasioni di svago.

La figura della donna, fortunatamente emancipata da quella di madre, finisce però per prevalere per l’arco di tutta la giovinezza. Raggiunta la maturità e dunque un pieno appagamento piuttosto che una definitiva o parziale sconfitta delle aspirazioni di realizzazione della donna (l’amore, l’indipendenza, il lavoro dei sogni) ecco che per molte fa capolino per la prima volta il desiderio di maternità.

Il rifiuto del limite

E spesso tale risveglio, dopo tentativi non andati a buon fine, coincide con l’amara scoperta del limite biologico, ovvero la progressiva e inesorabile riduzione della fertilità all’aumentare dell’età.

La reazione “sana”, nonostante il dolore per l’impossibilità di realizzare un desiderio, una volta analizzata e capita la situazione insieme ad uno specialista medico è quella dell’accettazione. Siamo di fronte ad una vera e propria frustrazione: ciò che vorremmo non può essere.

L’unico modo per fronteggiarla è la presa d’atto della propria impotenza, percorso non certo privo di sofferenza, non lineare, non rapido, non indolore. E per altro anche occasione di conoscenza di sé, di incremento del proprio livello di autocoscienza. Perché ho aspettato tanto a volere un figlio? Quali motivi consci e inconsci mi hanno spinto prima ad un rifiuto e proprio oggi ad una volontà così ardente?

La disperazione invece scatta quando le ragioni inconsce restano inaccessibili e il divenire madre viene caricato di significati compensatori con cui non si riesce ad entrare in contatto. Non solo non viene tollerato il limite biologico, ma non viene neppure indagata la natura del bisogno cieco di maternità.

Si innescano così delle dinamiche ossessive di ricerca del bambino a “tutti i costi” su cui nessun compagno nè tantomeno nessun amico o conoscente o specialista riesce a porre un freno. Il pensiero si fa fisso, insistente, pervasivo. Condiziona l’umore e tutte le energie del quotidiano finiscono per essere investite nel “progetto”, identificato come la meta ultima oltre la quale ci saranno felicità totale e appagamento senza limiti.

La follia del discorso scientifico

C’è da dire che il discorso scientifico contemporaneo collude con l’intolleranza della frustrazione di queste donne. Le tecniche di fecondazione assistita, soprattutto quelle di secondo livello, vengono tentate anche in situazioni in cui le percentuali di riuscita sono bassissime. False aspettative sono alimentate da cliniche (per lo più private) che fanno della disperazione altrui un vero e proprio business.

Non importa che le malcapitate siano riempite di ormoni fino a scoppiare, siano sottoposte a veri e propri interventi chirurgici con tutti i rischi connessi quando le probabilità di successo sono irrisorie. Nessuna clinica si preoccupa di divulgare gli studi longitudinali sugli effetti a lungo termine delle tecniche di fecondazione “in vitro” sulla salute della donna e su quella del nascituro. Nessuno parla delle evidenze dei rischi statisticamente significativi di sviluppo di tumori in età pediatrica. Senza parlare dei risvolti etici della manipolazione degli embrioni.

Chi si preoccupa poi delle ricadute psichiche su bambini nati da fecondazione eterologa? Questi bambini futuri adulti la vorranno una vita progettata a tavolino anonimamente, senza che vi sia stata alla base una qualche forma di desiderio vivo e vibrante, senza poter riconoscere i propri tratti somatici nel volto dei genitori, senza conoscere le proprie origini? Chi si occuperà dei figli della provetta, messi al mondo come giocattoli compensatori delle frustrazioni dei supposti genitori? Chi prenderà in carico la loro costernazione quando giungeranno all’età della ragione e dei perché?

La scienza medica, il cui obiettivo dovrebbe “limitarsi”a quello di combattere le malattie, si è messa al servizio della follia umana, dell’infantilismo psichico pertinace che rifiuta ogni no e dunque ogni possibilità di crescita.

Resta agli psicoanalisti o agli intellettuali in generale l’impopolare e forse impossibile compito di attivare una coscienza critica su questi temi. In gioco c’è l’estinzione dell’umanità così come la conosciamo oggi in favore dell’avvento di esseri bionici tutto pragmatismo e funzionamento, affettivamente aridi, appiattiti sull’esistente e regrediti al mero piano dei bisogni.

 

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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