Psicoterapia e psicoanalisi

Che un paziente si rechi nella stanza dell’analista per anni, anche regolarmente, non significa che stia svolgendo effettivamente un’analisi.

Il fattore tempo infatti, così come la frequenza e l’impegno nel lavoro, da soli non bastano per discriminare una psicoterapia da una psicoanalisi.

Che cosa costituisce dunque il cuore dell’analisi, al punto da differenziarla da ogni altro approccio terapeutico?

Psicoanalisi e sollievo

Innanzitutto l’analisi, quando è tale, non porta immediatamente sollievo. Se parlare in sé da un certo punto di vista ha un effetto calmante, esso via via comincia a scemare mano a mano che il dire si avvicina alla “cosa vera”, cioè alle questioni traumatiche seppellite negli strati più profondi della coscienza.

L’idea della catarsi, della “liberazione”  tramite la parola non tiene conto dei meccanismi inerziali che governano la nostra mente, che tendono a ripristinare l’usuale e ben radicato assetto difensivo costituitosi a seguito di un dolore psichico importante.

Questo è anche il motivo per cui lo stesso fondatore della psicoanalisi aveva rinunciato all’ipnosi per la cura delle nevrosi. Le rapidissime e strabilianti guarigioni ottenute mediante suggestione non resistevano alla prova del tempo. I sintomi tornavano, così come le dinamiche mentali sottostanti.

Le persone generalmente chiedono aiuto per stare meglio. Un dato sintomo mette in scacco le loro vite, vorrebbero liberarsene. I primi incontri con un analista, quando si tratta di un buon incontro, portano sollievo, addirittura remissioni spontanee. Ma a mano a mano che il lavoro prosegue al contrario i sintomi non si sciolgono o addirittura peggiorano, proprio perché il campo di indagine si sta espandendo.

La nevrosi si dispiega allora  in tutta la sua “franchezza”. Il conflitto si inasprisce perché la sollecitazione del rimosso (che avviene in virtù dalla possibilità d’espressione offerta  dal dire) richiama un’intensificazione della spinta opposta rimovente. La persona più parla, più è armata di buone intenzioni verso  la guarigione,  più inconsciamente non ne vuole sapere niente, vuole essere lasciata in pace a godere del proprio malessere.

Psicoanalisi e implicazione soggettiva

Ecco spiegato il vero motivo per cui senza una mobilitazione di una volontà inconscia di sapere non abbiamo analisi ma solo psicoterapia.

La psicoterapia di fatto accompagna, rassicura. Abbiamo un soggetto fragile che incarica qualcuno di farlo stare meglio. Questo qualcuno è il vero motore del lavoro, mentre il paziente resta per lo più passivo, a farsi alimentare dal terapeuta incontro dopo incontro.

Nelle psicoterapie possono aver luogo molte ricostruzioni in termini di senso, i livelli di auto consapevolezza possono innalzarsi anche considerevolmente. Tuttavia, nonostante tutta la conoscenza di sé venutasi ad accumulare, resta una sostanziale estraneità rispetto alla “cosa vera”. Essa viene avvicinata in termini intellettuali, talvolta anche emotivi, ma nessun incontro, nessun contatto ha davvero luogo. Le difese, imperturbabili, restano. Anzi, possono persino rafforzarsi, facendo infine vivere meglio perché il conflitto viene risolto da una sorta di vittoria dell’Io.

Perché possa svilupparsi un varco nel muro, nella cinta difensiva eretta intorno al nucleo incandescente del trauma c’è un’operazione preliminare da compiere senza la quale ogni sforzo è vano. Si tratta per il paziente di riuscire, presto o tardi, a percepire con tutto se stesso che è proprio lui l’artefice del proprio male. È un lampo, una folgorazione.  In un’analisi di intuizioni del genere ce ne possono essere molte, intervallate da periodi di stagnazione ed è da esse che derivano degli avanzamenti.

Nel momento in cui il paziente si vede, non a seguito di uno sforzo intellettuale o di un’auto giustificazione che lo porta  a dire “io sono così, che ci posso fare”, si sta anche assumendo pienamente le conseguenze di ciò che ha visto. Non può più tornare indietro, anche quando lo farà quel tarlo tornerà a spingerlo fuori dal guscio protettivo.

Si tratta quindi di assumersi una responsabilità non tanto verso i propri atti coscienti, ma verso i propri meccanismi inconsci. Si tratta di vedere se stessi, di riconoscersi nel proprio inconscio. Di vedere che la verità del proprio essere sta proprio dove non vorremmo vedere.

E poi appassionarsi a tale verità, volerla scoprire, aprirsi ad essa. Incontrare il proprio reale, il proprio peggio, il proprio essere nudo, senza immagine, senza prestigio. Che molto ha a che spartire con il trauma patito e messo da parte.

Non tutti possono inoltrarsi in territori simili. È bene per alcuni pazienti restare fuori da questa area e permanere nel luogo rassicurante delle difese. Molti sintomi, nonostante le lamentele di chi viene da noi, vanno conservati. Limitati quando troppo devastanti, ma mantenuti perché parte integrante di un tentativo di auto cura oltre il quale si apre il baratro.

Compito del terapeuta sarà quello di saggiare la stoffa soggettiva di cui è fatto il suo paziente, attendere e non insistere. La struttura psichica spesso si svela da sé, nel tempo, senza forzature. L’importante è non scambiare un lavoro di analisi con uno di sostegno dell’Io.

Essere lucidi rispetto a dove ci si trova insieme al paziente risulta fondamentale per non incorrere in errori da una parte potenzialmente fatali per la conservazione di un   equilibrio (pur precario) e dall’altra  altrettanto invalidanti per l’evoluzione da una posizione vittimistica ad una più matura di sapere.

Aiuto psicoterapeutico

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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