Psicoterapia e solitudine

Il tema della solitudine inevitabilmente viene accostato in qualsiasi percorso di psicoterapia. Ciò che più fa soffrire l’essere umano è infatti il legame con l’altro, supposto “riparo” nei confronti della propria condizione di solitudine e nullità esistenziale.

Il primo legame fondamentale che protegge  dall’insensatezza  e dà valore alla particolarità di una creatura è quello che si instaura con la madre a partire dall’infanzia. Una presenza materna attenta ma non soffocante (l’amore che accoglie ma non possiede) é il vero dono della vita, ovvero l’offerta della possibilità di non sentirsi mai davvero soli, inutili e senza valore.

Nella crescita, da adulti, questo dono permette di vivere la solitudine come pienezza e di sopportarne il peso quando troppo a lungo protratta. Al tempo stesso il legame  si profila come qualcosa che sì, fa sperimentare nuovamente la gioia della sensatezza del proprio essere, ma senza venir appesantito troppo sul piano del bisogno. Sarà vissuto più sul versante della ricchezza, meno su quello della necessità.

Chi non ha potuto beneficiare (secondo gradi differenti) della sicurezza assoluta in relazione all’amore materno (per la sregolatezza emotiva della madre, troppo presente, troppo indisponibile o entrambe le cose) mantiene invece da adulto un rapporto particolarmente complesso con la solitudine e con l’altro. Il legame (amoroso o amicale) viene infatti incaricato di compensare antiche ferite, finendo per diventare una droga in cui gettarsi o da cui astenersi rigidamente.

Due sono infatti le vie che frequentemente osserviamo  come soluzioni precarie e sempre sofferte per sfuggire alla sensazione di inadeguatezza  esistenziale: la simbiosi o l’autosufficienza radicale.

L’insopportazione della solitudine

Da una parte abbiamo la costituzione di legami simbiotici, spesso inappaganti proprio perché instaurati non sulla base di una scelta di desiderio ma per lo più di bisogno. Il partner è incaricato di supplire alla madre “buona”, di riparare alle  frustrazioni e al sottofondo onnipresente di solitudine.

Le sue assenze sono mal sopportate, ogni sua esigenza d’autonomia è letta in chiave abbandonica. L’angoscia di separazione, mai davvero superata a causa dell’inaffidabilità, ingombranza  o indisponibilità materna, la fa da padrone, impedendo una vita davvero  indipendente pur nel legame.

L’iperattività, spesso al fondo inconcludente perché fine a se stessa, è un altro modo per sfuggire al senso di vuoto incalzante. Ad essa si accompagna il bisogno compulsivo di comunicare, di uscire, di mantenersi  in contatto perenne con conoscenti, con situazioni movimentate, con distrazioni che distolgano dall’inquietudine di fondo.

L’esperienza della solitudine è sfuggita con tutte le forze.  Bastano due o tre ore da soli in casa senza contatti per gettare nello sconforto più totale, nel negativismo e nella malinconia e per riacutizzare sintomi ansiosi.

Il potersi godere momenti di contemplazione, di concentrazione su attività piacevoli introspettive o creative è del tutto precluso. Anche prendersi cura delle proprie cose, del proprio spazio domestico, dedicarsi magari ad uno sport sono attività impensabili. Senza l’altro reale, in carne ed ossa, non c’è vita, solo deserto senza fine.

Va da sé che in questi quadri una certa attitudine conformista e camaleontica venga sviluppata per potersi garantire il maggior numero di contatti e possibilità sociali, facendo di contro sperimentare una sensazione di diffusione di identità e di smarrimento. A volte la provocazione o l’improvvisa aggressività vengono utilizzate proprio come tentativi di auto affermazione, per ripristinare un senso di continuità dell’Io minacciato dall’eccesso di rispecchiamento speculare.

Il troppo amore  della solitudine

La seconda modalità di reazione alla ferita anziché incentrasi sull’aggrapparsi all’altro, si concentra al rovescio sullo sviluppo di un’iper indipendenza, che va verso la progressiva riduzione del desiderio di comunicazione con l’altro.

Il ragionamento più o meno consapevole sottostante pare essere:  “se non posso essere amato come vorrei allora bisogna che impari a fare a  meno dell’altro e a bastarmi da solo”.

Il legame viene idealizzato, per cui ogni occasione di relazione vera e concreta è schivata perché non abbastanza in linea con le enormi aspettative.

Chi vive così basta perfettamente a se stesso. Gode della solitudine, della libertà assoluta che essa garantisce. Si tratta di persone ricche di interessi, spesso anticonformiste, molto portate per attività di pensiero che prevedono lunghe ore di concentrazione e di isolamento dal mondo. Il lavoro, le passioni, la cura delle proprie cose assorbono completamente. Non lasciando però molto spazio ai legami, soprattutto a quelli profondi.

Rapportarsi all’altro diviene via via una fatica sempre più pesante, subentra un tedio ed un fastidio crescente nei confronti dell’umanità e delle sue miserie che porta a tutti gli effetti a scegliere una vita ritirata, monastica. Una scelta che sfugge di mano e si traduce in isolamento. Che alcuni riescono ad interrompere solo  con relazioni di “intrattenimento”, superficiali, comode in quanto non rischiano di invadere lo spazio privato, il muro difensivo che protegge dal dolore del rifiuto e dell’abbandono.

Approccio Terapeutico

Dunque sfuggire a tutti i costi la solitudine così come amarla troppo sottendono una dinamica sottostante simile, ovvero un dubbio circa l’amabilità del proprio essere. Da una parte esso spingerà alla ricerca ansiosa di conferme continue, in un’altalena emotiva sfibrante, dall’altra alla rinuncia disillusa in virtù di un equilibrio basato sull’autosufficienza.

Trattare in psicoterapia queste due posture opposte è molto difficile, proprio perché spesso su di esse si  basano scelte importanti ed equilibri consolidati.

Tuttavia l’incremento della consapevolezza favorito dal lavoro psicoterapeutico e l’incontro stesso con la figura del terapeuta possono smuovere in parte la rigidità dei meccanismi descritti, portando nel tempo  l’iperconnesso verso la conquista di una maggiore autonomia e al rovescio l’eremita nella direzione di una rinnovata disponibilità al rischio dell’incontro.

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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