Psicologo a Milano: metropoli e depressione

Iscritta all’ordine degli psicologi dal 2003, in questi anni di psicoterapia a Milano, ho potuto confrontarmi con tutta la serie di sintomi del disagio esistenziale diffuso nelle grandi città. Parliamo di ansia, attacchi di panico, sentimenti di profondo sconforto che colpiscono sia adolescenti e giovani che persone adulte e anche anziani.  

Questi sintomi possono essere compresi nel grande ombrello della depressione. Perdita di energia, di interessi, senso di vuoto, disturbi del sonno, umor depresso (o alternanza di euforia e disperazione)  e una quota  d’ansia perenne costituiscono il quadro del malessere tipico di molti cittadini milanesi.

Sono principalmente due gli inequivocabili fattori predisponenti al lento scivolamento nel caratteristico torpore ansioso della depressione “urbana”: le relazioni e il lavoro. Il loro deterioramento causato dall’ingranaggio produttivo provoca nelle persone (e in particolare in quelle già predisposte da situazioni familiari complesse)  un progressivo spossessamento rispetto alla parte più profonda di se stesse, una sorta di scollamento rispetto ai desideri autentici, seppelliti sotto la  coltre dell’adeguamento rassegnato al sistema.

Il lavoro come causa di disagio psichico

Cosa chiede infatti oggi il contesto ipermoderno al di là degli slogan proclamati? Non certo, come pubblicizzato a gran voce in formule vuote,  di esprimere se stessi, di trovare la propria via. Esso spinge sotterraneamente al contrario verso l’uniformità conformistica. L’esigenza del mercato impone lavori seriali, inchioda i singoli a occupare posizioni ripetitive, in una passivizzazione deprimente. Solo pochi privilegiati hanno la fortuna di svolgere professioni creative o di trovarsi ai vertici degli apparati produttivi, ad avere dunque possibilità di espressione e manovra (anch’esse tuttavia limitate dalle regole del sistema). La maggior parte delle persone, anche e soprattutto chi magari fa un po’ strada  in termini di carriera, é ridotta a mero ingranaggio, costretta ad affannarsi (e a dover dimostrare l’eccellenza)  in compiti noiosi, sempre uguali, il cui unico fine è servire da catena ad  una successiva catena.

Non solo, in un momento, come il nostro, di crisi economica, in cui anche questi tipi di lavoro scarseggiano o non sono comunque aperti a tutti (ci vogliono lauree, master, qualifiche per qualsiasi cosa per non parlare della necessità della bella presenza, della salute  e della freschezza della giovinezza) una buona fetta della popolazione si trova a venir esclusa dal mondo del lavoro oppure dopo un po’ ad essere espulsa senza possibilità di rientro.

La precarietà inoltre finisce per aggravare condizioni già di per sè frustranti. Più che alla scarsità di lavoro oggi assistiamo alla sua instabilità, spacciata pure per opportunità di diversificazione e di flessibilità mentale. Essa tristemente si traduce per lo più in sfruttamento. Manodopera “usa e getta”, da utilizzare e tagliare a piacimento, con sempre meno tutele della dignità.

La difficoltà nelle relazioni e la depressione

Va da sé che le relazioni umane subiscano di pari passo involuzioni importanti. La riduzione dell’uomo ad ingranaggio non pensante, ad anello passivo, a puro strumento senz’anima ha delle pesanti ricadute sul suo modo di mettersi in contatto non solo con se stesso, ma anche con l’altro.

La disumanizzazione porta con sè indifferenza, anestesia verso le emozioni proprie ed altrui quando non addirittura spirito di rivalsa, dunque atteggiamenti sadici nei confronti del simile. La solidarietà rischia l’estinzione, nella misura in cui per custodire un atteggiamento di compassione bisogna non essere interiormente morti. Non solo, anche chi faticosamente lotta per mantenersi “umano” finisce per ingrigirsi, magari dopo delusioni e maltrattamenti ripetuti. Non diventerà un aguzzino ma perderà parte della propria carica vitale, rischierà di chiudersi nella propria autosufficienza.

Il legame oggi più che mai è in difficoltà. La competizione è alle stelle, ma non una sana,  del tipo “vinca il migliore” .  Venendo meno delle regole chiare , tutto è consentito, dunque gli atteggiamenti sleali ed  ipocriti sono all’ordine del giorno, costituiscono cioè la normalità.

La lotta per la sopravvivenza, camuffata dagli oggetti gadget e da una maniacalità consumistica diffusa scambiata per vivacità pulsante, trasforma gli uomini, li angoscia, poi  li barrica, li arma. Allora ogni autenticità è persa in favore di maschere, di atteggiamenti cangianti e camaleontici di opportunità. Il conformismo regna così sovrano, alimentato dalla necessità di protezione (più sono come gli altri più opportunità avrò di non venire espulso troppo presto dal sistema) e da quella di consistere. Se dentro non sento più niente, se non so più chi sono, a cosa appigliarmi per non andare alla deriva? Gli oggetti di consumo seriali, quelli che rendono tutti uguali, i marchi di moda ma anche gli oggetti di culto donano anche un’illusione identitaria  nel vuoto diffuso e nella dispersione alienante. La moda non è più una questione di gusto e di stile, ma un diktat da seguire per galleggiare.

La psicoterapia come strada alternativa

Che fare allora per aiutare un uomo così angosciato, così solo, così perso? Di solito la richiesta di aiuto avviene quando l’adeguamento conformistico non regge più. Un licenziamento, un insuccesso, uno scacco. Crisi profondissime, correlate ad angoscia e stupore, ad inerzia dopo tanto correre fine a se stesso.

La terapia non tenterà di riaggiustare e riadattare ma punterà, quando la persona ha delle risorse, a riavvicinarla a se stessa, a ciò che ha perduto non nel reale ma a livello della propria connessione interiore.

Allora sarà possibile occupare un posto nel mondo, tollerare una quota di alienazione (inaggirabile) nel contesto di una rinnovata e radicata presenza e se stessi. Si potranno inventare nuovi lavori, nuove possibilità di contribuire al sociale a partire da una posizione  non più schiava e passiva.

Le nostre città hanno bisogno di persone che pensino e agiscano con la propria testa, che possano temperare le degenerazioni del sistema (dunque opporre resistenza) agendo all’interno di esso, trovando un luogo consono da cui poter operare.

Nel cammino psicoterapeutico può essere recuperata anche una quota di  fiducia nelle relazioni, non cieca e ingenua, non un affidarsi che butta via le aimè necessarie difese. L’analisi aiuta a riconoscere la disperazione del vicino, a non farsi sopraffare dall’odio, a vedere in se stessi le stesse pulsioni che governano anche l’altro. Reperirsi fratello dell’altro rende possibile gettare un ponte, sempre precario e a rischio, ma al tempo stesso salvifico nei confronti della chiusura angosciata nel vuoto.

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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