Coscienza e negazione del sè nella prospettiva junghiana

Nella prospettiva junghiana ciò che più urge ai fini del recupero o della conservazione di un buon equilibrio psichico è la coscienza di sé, da intendersi come accoglienza di quegli aspetti inconsci della psiche che la civiltà moderna tende a sopprimere in favore di un adattamento esteriore alle norme sociali.

I pericoli del pragmatismo

La Persona, ovvero la maschera sociale (con conseguente cieca credenza di essere ciò che si rappresenta all’esterno) ingabbia il sé e ne depotenzia le possibilità creative; la sua ipertrofia induce regressione ed infantilismo, favorendo  atteggiamenti conformistici di rinuncia e di ripiegamento nevrotico.

L’uomo moderno ha bisogno di sicurezza e di evidenza: tutto ciò che sfugge ad un criterio di pragmatismo, misura di tutte le cose, semplicemente si  fa finta che non esista. Con esiti però fatali: l’uomo non può impunemente sbarazzarsi di se stesso a favore di una personalità artificiale. Ciò che viene ignorato non cessa di vivere. Non riconosciuto, l’inconscio viene bollato come debolezza o come sciocca fantasia, represso, rimosso oppure  proiettato all’esterno, determinando malesseri e nevrosi apparentemente senza senso (affetti, fobie, idee coatte, debolezze, vizi  ecc..)

La mancata separazione

Per Jung alla base di questo grande disconoscimento c’è un problema di separazione dalla madre. Separazione non avvenuta, con conseguente permanenza di una condizione di dipendenza e di paura. È la madre infatti colei che protegge il bambino dal terrore del mondo interno, dai pericoli che dal buio della sua vita psichica  lo minacciano.

Venendo meno i riti di iniziazione alla virilità (e mancando esperienze che ne possano validamente  fare le veci)  in cui l’iniziando veniva istruito sopra le cose dell’aldilà del visibile, l’adulto non è più in grado di fare a meno della tutela della madre.

Ella resta indispensabile a protezione contro la pericolosità dell’inconscio. Non a caso appena si sposa l’uomo  mette la donna in posizione di madre, con il risultato di diventare sottomesso oppure collerico e suscettibile, perennemente preoccupato di affermare la sua superiore virilità.

L’individuazione

Cosa fare allora per sfuggire all’oppressione  di regressioni, rinunce, paure e nevrosi? Jung suggerisce un cammino di “individuazione” (che potremmo sovrapporre ad un percorso psicoanalitico ma che può avvenire anche con modalità e in situazioni non analitiche) ovvero di riappropriazione del sè  e della sua complessità, in modo da elevare il proprio grado di coscienza.

Coscienza da una parte mai esauribile una volta per tutte (dato che molta parte di noi stessi resta inconoscibile), dall’altra mai sovrapponibile all’attività dell’Io cosciente, che esercita per lo più una funzione difensiva e razionalizzante. Coscienza significa apertura, incontro, franco dialogo con se stessi.

Ad esempio una  figura che incarna la dimensione inconscia è l’archetipo dell’Anima (e dell’Animus per la donna). Essa concerne nell’uomo il luogo dell’ispirazione, dell’intuizione, del sentimento. Se considerata solo al pari di una debolezza da nascondere essa finisce per agire in maniera distruttiva, perché come ogni elemento inconscio punta ad esprimersi. Collera, tendenza all’isolamento o al contrario smaccata dipendenza sono le modalità con cui l’anima si svela nevroticamente quando non trova il giusto spazio in una relazione o più in generale nella vita.

L’obiettivazione dell’Anima e le sue resistenze

Jung  a tal proposito indica come primo passo un lavoro di “obiettivazione” dell’Anima. Suggerisce cioè di porle delle vere e proprie domande personali, come fosse una personalità autonoma con cui è necessario prendere confidenza.

Tale possibilità di dissociazione, ovvero di dialogo con la parte scabrosa di se stessi, Jung la valorizza come un simbolo positivo della nostra non ancora perduta naturalezza. Anche noi moderni possiamo intrattenerci, “come i negri”, con il nostro “serpente”.

L’arte consiste nel lasciar parlare l’invisibile contraddittore, senza essere da un lato sopraffatti dal disgusto per un gioco con se stessi apparentemente assurdo, dall’altro dal dubbio sull’autenticità della voce del contraddittore. Tale invisibile personaggio infatti va considerato in maniera spersonalizzata, senza autoaccuse, come fosse un altro o un’altra scena, un  sogno, qualcosa  che dice delle verità su di noi ma in maniera non intenzionale e volontaria.

In effetti obiettività e spregiudicatezza sono due qualità necessarie per dare modo all’altra parte di esprimersi, solitamente costretta a farlo in maniera indiretta e  sintomatica oppure prorompente sotto forma di sfogo affettivo. È risaputo come nei momenti di sfogo si dicano delle verità che poi vengono rinnegate. In terapia accade la stessa cosa; non voler vedere è l’ostacolo principale a qualsiasi guarigione, e frequentemente la colpa del fallimento é messa proiettivamente sull’analista.

Non a caso la paura delle “verità corrosive”  e delle scoperte pericolose induce la maggior parte degli uomini a sfuggire come la peste la solitudine con se stessi. Paura comprensibile, umana, di cui un terapeuta dovrebbe essere sempre consapevole. La tentazione di mollare appigliandosi a qualche certezza, magari con un salto all’indietro verso la madre (protettrice delle angosce notturne) è sempre dietro l’angolo in ogni processo che spinge verso la consapevolezza profonda.

Ma, sostiene Jung, obiettivare le azioni dell’Anima e cercare di capire su quali contenuti si fondino quelle azioni, è un compito indispensabile di crescita, non solo sul piano individuale ma parallelemaente su quello civile. Sbilanciare la vita solo nel rispetto delle circostanze esteriori, così come avviene nella civiltà industriale, fa ammalare sia su un piano individuale che collettivo.

Allora il compito di sviluppare la consapevolezza non sarà solo un problema di un determinato soggetto che patisce di una certa nevrosi,  ma sarà un fatto individuale e universale insieme, essendoci in gioco il senso stesso dell’essere vivente.

Disagio contemporaneo, Psicoanalisi junghiana

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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