Padre e rapporto col maschile

La figura del padre gioca sempre un ruolo chiave nel determinare la natura del rapporto con il maschile nella donna. La psicoanalisi classica freudiana utilizza il concetto di complesso edipico per rendere conto dell’influenza dell’innamoramento infantile per il padre sull’atteggiamento verso l’amore e la sessualità nella donna.

Essa parte dall’idea della condizione femminile come strutturalmente mancante, non solamente  perché priva del pene come organo quanto perché mancante del “fallo” inteso come ciò che colma, che limita  e che orienta immaginariamente la vita. Tale mancanza apre alla ricettività, alla sensibilità e all’accoglienza  del femminile ma anche alla vulnerabilità e alla possibilità dello sbandamento ad esso connesse.

L’incontro con l’uomo può quindi placare e stabilizzare così come accentuare la tendenza femminile a perdersi nel senza limite, nell’onda del sentire che annulla qualsiasi ancoraggio identitario.

L’incontro “ideale”  sarebbe quello che consente alla donna di perdersi nell’infinito pur raggiungendo nello stesso tempo una rassicurante stabilità e pienezza.

Tuttavia la qualità del rapporto con il paterno inconsciamente  influenza la possibilità che avvenga questo buon  incontro, spingendo verso scelte amorose “difensive” piuttosto che francamente “distruttive”. Avremo così soluzioni “nevrotiche” che chiudono la mancanza da un lato (con tutto il correlato di perdita della dimensione più mistica dell’amore) o al contrario scelte che puntano ciecamente verso il lato dissipativo dell’amore.

Il complesso edipico

Il complesso edipico femminile, sempre seguendo la teoria  classica,  implica il passaggio dall’amore per la madre a quello per il padre. La bambina, delusa dalla madre che non le dona ciò che le manca, si rivolge al padre, fantasticando di ricevere da lui il fallo sotto forma di bambino.

Se il dono viene “simbolicamente” ricevuto (ovvero se si verifica la percezione di appagamento  su un piano simbolico, in termini di attenzioni particolari colorate emotivamente ma non eccessive)  allora la bambina futura donna  potrà spostare tale attesa su un maschio fuori dalla famiglia, lasciandosi andare di buon grado all’amore, all’affidarsi, al perdersi e al “ritrovarsi”. Ella non percepirà come degradante l’essere oggetto di attenzioni, anzi, sarà a suo agio nel gioco con l‘uomo e ne trarrà piacere.

Se invece l’atteggiamento paterno si dimostra per i motivi più disparati  sfuggente (padre assente, padre collerico, padre traditore, padre lunatico  ecc..) oppure troppo presente (padre incestuoso) la frustrazione d’amore si fissa, instillando sfiducia se non vero e proprio rifiuto verso il maschile.

A questo punto è probabile  che regressivamente si torni ad un attaccamento alla madre, frequentemente anch’essa in posizione “negativa” nei confronti dell’uomo, nelle vesti di una donna fragile e rassegnata o al contrario agguerrita ed essa stessa “fallica” ed autosufficiente. L’identificazione alla madre diverrà così ingombrante e non facilitante un rapporto armonico con la femminilità. Il vedersi come oggetto prezioso, come oggetto di desiderio sarà offuscato dal sentimento doloroso di una ferita aperta.

La scelta nevrotica

È facile dunque che il contatto con un padre dapprima amato e idealizzato e in un secondo momento sentito come castrato, castrante o frustrante impedisca un buon rapporto con il proprio essere femminile. Percepirsi  come oggetto del desiderio di un uomo o avvertire  in se stesse una spinta pulsionale fa scattare uno stato di allerta, ci si deve armare, difendere da una potenziale sofferenza, da un  pericolo, oppure bisogna gettarcisi a capofitto come sotto l’influsso di una droga.

Allora avremo scelte nevrotiche (ovvero psichicamente non appaganti)  in campo amoroso.

Potrà accadere che vengano preferiti  gli uomini sentiti come  “inoffensivi” sul piano del desiderio; verso di loro non si innesca nessun meccanismo di allerta per cui vengono accolti al prezzo di una perdita di tutto ciò che concerne il desiderio e la passione. Tali unioni possono rivelarsi stabili ed indissolubili, perché collusive sia con il bisogno di sentirsi amate che con la minaccia associata al desiderare. Essere amate prevale  nettamente sull’amare, impedendo la possibilità di una armonica fusione fra stabilità e vita pienamente vissuta.

Il fallo queste donne se lo fabbricano da sole, rinchiudendosi in un’armatura di forza e di indipendenza analoga a quella di coloro che scelgono deliberatamente di restare sole, che fanno cioè del rifiuto del maschio una condizione permanente di vita. La solitudine come scelta  fa parte della gamma di soluzioni difensive alla questione irrisolta con il padre.  

Dalla stessa premessa di un amore paterno “frustrante” scaturiscono situazioni in cui all’opposto l’amare prevale su tutto. Ma l’oggetto della passione amorosa deve avere gli attributi del primo oggetto d’amore (il padre), ovvero deve essere in qualche maniera irraggiungibile, mortificante, indisponibile. Così finisce per prevalere un vortice di emozioni intensissime e destabilizzanti, che possono portare ai limiti della follia. In questi rapporti le donne ad un certo punto si perdono, non sanno più chi sono, cosa vogliono. L’amore assume i caratteri dell’ossessione e dell’infelicità permanente, da cui non si vuole e non si riesce ad uscire senza un aiuto esterno.

Anche i padri che rispondono troppo alla richiesta del dono, padri che definiremmo incestuosi, visibilmente sbilanciati in termini amorosi verso la figlia piuttosto che verso la madre provocano squilibri simili. Se il dono dal piano simbolico scivola su quello reale sorgono parimenti delle difficoltà, la futura donna rimane ugualmente “ingombrata” dal padre e per tentare di liberarsi dalla sua influenza può cercare sintomaticamente uomini che chiaramente non la amano e che la umiliano, finendo impigliata in una nuova trappola.

La terapia

Ora una terapia di matrice psicoanalitica può fare molto nei termini di un’acquisizione di consapevolezza. I meccanismi che guidano ciecamente possono venir smascherati e messi a fuoco. Ma ciò non basta perché le scelte sintomatiche si interrompano. Bisogna che in terapia si incontri qualcosa, si rinnovi cioè in qualche maniera l’incontro con il padre traumatico.

Se la paziente non sfuggirà quel momento ma se ne lascerà travolgere può darsi che qualcosa si smuova secondo il principio per cui è l’esposizione a ciò che più fa paura a contenere delle potenzialità di guarigione. Altrimenti avremo una buona psicoterapia, che nelle migliori delle prospettive metterà al sicuro nel reale, nel qui ed ora pur non garantendo da scivolamenti sempre in agguato sul terreno della nevro

Rapporto uomo donna

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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