Aiutarsi da soli

Un buon lavoro psicoterapeutico ha sempre come esito l’acquisizione più o meno consapevole della capacità di aiutarsi da soli. Quando ciò avviene significa che l’aiuto ricevuto non è stato assorbito passivamente ma si è tradotto in guadagno nei termini di coscienza profonda di sè.

Osserviamo allora un cambiamento nell’atteggiamento nei confronti del dolore psichico, non più sentito come un mostro da cui scappare ma come una parte di se stessi con cui fare i conti necessariamente.

Che significa dunque “aiutarsi da soli”?

L’espressione può essere erroneamente interpretata come possibilità di fare a meno dell’altro. Ma l’accezione che se ne propone  qui non pone l’accento tanto  sul guadagno (illusorio) in termini di autosufficienza, di forza e di controllo, quanto su quello della crescita e della maturazione piena.

Se una quota del nostro essere resta infantile nella misura in cui in ciascuno di noi permane una fragilità umana che ci rende dipendenti dall’altro, é anche vero che la nostra esistenza ci confronta incessantemente con la nostra separatezza e solitudine.

Il vero trauma da accettare per molti è precisamente questo, ovvero l’esposizione in prima persona alla vita, alle difficoltà, ai sentimenti tumultuosi. Per quanto un compagno, un amico, la stessa madre o l’analista possano essere di supporto nessuna di queste figure può sostituirsi a noi nell’affrontare i problemi o nel sentire le nostre gioie e i nostri dolori.

 Una quota resta incomunicabile e incondivisibile e spesso è proprio da quel frammento non socializzabile che derivano le scelte più appropriate per noi stessi.

Il valore dell’incomunicabilità

Il valore di questa porzione di incomunicabilità  non è riconosciuto: si vorrebbe condividere tutto, ottenere approvazione o rassicurazione. Il confronto con l’altro, anziché essere accolto come occasione per una messa a fuoco ancora più accurata di ciò che si prova o si pensa si traduce frequentemente in influenza, in condizionamento, determinando una perdita di contatto vitale con il proprio sè.

Ottenere conforto nel momento del malessere può nascondere insidie importanti, perché può portare a schiacciare e negare un disagio, un dispiacere, un disappunto ricchi invece di informazioni importanti sulla direzione che sta prendendo la nostra vita. Se qualcosa mi turba, non mi torna, mi ingenera insoddisfazione è una vicenda che riguarda esclusivamente me, l’altro, anche quello più prossimo, non ne sa nulla.

Accostare allora il proprio disagio riconoscendolo senza rifiutarlo rifugiandosi nello sfogo, nella richiesta di aiuto, oppure in comportamenti maniacali volti a cancellarlo ha il pregio di mettere al centro la propria verità.

L’eredità dell’analisi

L’analisi o la terapia a questo proposito costituisce un buon terreno di esercizio, nella misura in cui favorisce proprio  l’incontro con la parte più  incomunicabile, insondabile e sofferta.

E tale esercizio lo si porta poi a casa, senza accorgersene. Lentamente, impercettibilmente si familiarizza ed infine si acquisisce dimestichezza con la solitudine, fino a non averne più paura, fino a coglierne le potenzialità.

I momenti di tristezza verrano così alleggeriti della loro portata distruttiva, non diminuiti nei termini di intensità. Il dolore potrà fluire nel pianto anziché sfogarsi in una corsa in automobile, in super lavoro  o in una scorpacciata di shopping compulsivo. Potrà dare origine ad un pensiero, a due righe scritte, ad una parola. Acquisirà una forma, un senso, sarà un messaggio da leggere e da cui imparare, ci farà conoscere ciò che intimamente siamo.

Così anche le decisioni che prenderemo nella vita saranno guidate non dal rumore di fondo dei pensieri (che sono sempre i pensieri degli altri in termini di dover essere) ma dal rinnovato contatto con la parte vulnerabile che chiede ascolto.

Anche e soprattutto le scelte più coraggiose, più in controtendenza con le aspettative degli altri derivano da un lavoro simile in solitudine. Non parliamo di colpi di testa, di atti impulsivi ma di azioni che precipitano decisamente dopo aver ben pensato, dopo aver visto cosa va bene per noi in quanto noi e non in quanto esseri ideali che non siamo.

È dal contatto con il nostro “reale”  meno attraente che può venir fuori qualcosa che si avvicini ad una qualche armonia. Tutto il resto è ambizione, lacerazione, vita inautentica, abbagli, spreco di tempo.

Per questo l’analisi mano a mano che va avanti la si svolge soprattutto al di fuori delle sedute. Fino a che, terminata, essa lascia in eredità la possibilità di “aiutarsi da soli”, di saperci fare con sbandamenti e conflitti, di fare silenzio nel baccano delle sollecitazioni esterne per ascoltare le proprie grida soffocate.

Aiuto psicoterapeutico

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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