Psicoanalisi e maschera

La psicoanalisi freudiana, lacaniana così come quella junghiana individuano nella spaccatura fra l’Io e l’inconscio l’origine di una buona parte di affezioni nevrotiche.

Ma cosa intendiamo per Io e inconscio? E quali rapporti fra le due istanze psichiche hanno risvolti nevrotizzanti? Come ridurre la frizione?

L’Io e l’inconscio

L’Io  costituisce un insieme di immagini, pensieri, sentimenti su chi siamo e cosa vogliamo nonché tutto il complesso di pregiudizi e valori che concernono il nostro rapporto con la società. Esso si collega direttamente alla nostra immagine esteriore, alla maschera sociale (per Jung la Persona), al modo con cui ci presentiamo agli altri o pensiamo di farlo.

Infatti il controllo su noi stessi nonché sull’ambiente che ci circonda non può essere mai totale, data la complessità della psiche nostra e altrui. Dall’esterno possono risultare evidenti degli aspetti di noi di cui non abbiamo coscienza, così come si possono mal interpretare alcuni nostri atteggiamenti, dettati da motivi sconosciuti a chi ci osserva.

È precisamente in questo margine di imprevedibilità, in questa possibilità di equivoco, in questo scarto che si frappone fra l’immagine e l’essere che si colloca la dimensione inconscia. L’inconscio cioè va visto come una sorta di estraneo nella casa dell’Io, un convivente che non conosciamo e che non ci è nemmeno del tutto gradito.

Il rifiuto dell’inconscio

Più si accentua l’aspetto difensivo nei suoi confronti, più non lo si lascia fare, più avremo un Io che tende a compattarsi, a irrigidirsi, a cercare a tutti i costi di assottigliare e ridurre lo scarto relegando l’ospite in un angolo.

Questo atteggiamento produce evidentemente un conflitto; l’inconscio infatti non è remissivo, per cui tenta di farsi ascoltare in ogni maniera, boicottando più o meno sottilmente  le manovre dell’Io.

Avremo allora la Persona che in società, certa del suo splendore, agli occhi degli altri tuttavia apparirà “troppo”, troppo piena di sé, troppo rigonfia narcisisticamente. La dimensione inconscia, azzittita dall’Io, si è presa la sua sottile rivincita nei termini del non convincimento dello sguardo dell’altro rispetto alla recita della Persona, messa in ridicolo suo malgrado.

Oppure, sempre in una dimensione pubblica,  osserveremo fenomeni più clamorosi, come gaffe, toni, posture inappropriati o improvvise balbuzie. L’inconscio si mette di traverso sempre, a maggior ragione se viene ignorato o calpestato in nome della performance o del dovere.

E nel contesto intimo, privato la vendetta é ancora più implacabile. Un partner selezionato perché rassicurante oppure perchè bello, di successo o perfetto “sulla carta”, scelto cioè dall’Io non in accordo con l’inconscio, al fondo non sarà desiderato con conseguente condanna all’infelicità.

Questi sono solo dei banali esempi che non esauriscono tutta la gamma delle possibilità di scacco insite nella noncuranza nei confronti della così detta “altra scena”.

L’accoglienza

Desiderare con la mente, con la forza dell’Io  non è dunque la stessa cosa che desiderare con l’inconscio. Questo fatto non va assolutamente letto nei termini di  “segui l’inconscio e vai”. Infatti, l’atteggiamento contrario alla difesa dell’Io, ovvero l’abbandono senza riserve allo straniero che vive a casa nostra, può portare guai anche peggiori.

Il punto infatti non è abbandonarsi a ciò che ci muove al di là del nostro controllo ma aprirsi alla sua conoscenza. Non dunque gettarsi nel fuoco ma identificare il fuoco come un elemento che crepita all’interno della nostra casa e che non possiamo far finta non esista. Del suo calore che scalda ma che può anche bruciare siamo chiamati a farcene qualcosa.

Tale accoglienza ha il valore dell’arricchimento. Ogni volta che entriamo in contatto con ciò che non conosciamo con atteggiamento curioso e non giudicante (non volto cioè a chiudere ma ad aprire)  ne usciamo con più energie, siamo più vivi, abbiamo più idee, più slancio.

Questo discorso vale anche nei confronti della parte di noi stessi che ci sfugge. Più le permettiamo di svelarsi più guadagnamo in termini di serenità ed equilibrio. Smettiamo così  di inseguire un ideale per aprirci al reale, a ciò che c’è, limiti inclusi.

In tal modo,  se ad esempio riconosceremo di non essere dei gran intellettuali o degli individui dai meriti e qualità straordinarie smetteremo di cercare di esserlo, risultando meno presuntuosi e più “veri” agli occhi  degli altri (e infondo anche ai nostri, con tutto l’effetto pacificante della cosa). Se invece avremo il dono di qualche talento acquisiremo la leggerezza di non farlo pesare ma anche il coraggio di osare. Se poi non possiederemo in toto le caratteristiche  degli uomini d’azione perché più contemplativi e fantasiosi daremo finalmente  spazio alla nostra creatività.

Nell’intimità, se il nostro partner tanto ammirato si svelerà frustrante e non in risonanza con i nostri bisogni più profondi, ne prenderemo atto, aprendo la via alla comprensione di cosa vogliamo veramente al di là di quello che crediamo o abbiamo sempre creduto di volere.

L’ideale in quest’ottica non é da rifiutare in toto, così come non è da demonizzare l’Io, indispensabile per una vita nel solco  della civiltà. L’importante è, ricordando Jacques Lacan, non credersi un Io, non aggiustare se stessi e l’altro con maquillage troppo spessì e tener sempre presente che quel che ci sfugge, che non ci piace o ci fa paura ha invece valore. Non chiudersi nella cittadella del giudizio che inchioda a definizioni rassicuranti ma false spalanca prospettive di maggior pienezza.

Se vorremo conoscere anche le verità più scomode e i nostri tratti meno attraenti  ci evolveremo, ci accetteremo di più e ridurremo la portata del conflitto.

Ma  non una volta soltanto, non durante l’analisi e poi è  fatta una volta per tutte. Si tratta di un modus vivendi, di un atteggiamento mentale da rinnovare giorno dopo giorno. Con una scorta inesauribile di umiltà e desiderio di sapere.

Conflitto inconscio

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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