Quando un legame familiare si rompe

Spesso in terapia incontriamo persone così “scottate” da rapporti familiari complessi da aver eretto delle barriere invalicabili nei confronti del congiunto ritenuto responsabile di gran parte delle proprie difficoltà emotive.

Il taglio

La situazione più tipica riguarda il figlio  o la figlia che ad un certo punto della propria vita decide di non avere più rapporti con il padre. Più rara è la rottura nei confronti della madre, mentre non sono infrequenti allontanamenti definitivi fra fratelli o fra ex coniugi che però hanno dei figli in comune.

Puntualmente però, a tali  recisioni nette non corrispondono miglioramenti significativi sul piano psicologico. Anzi, passato l’effetto “sollievo” successivo al taglio, la persona si ritrova come svuotata, perennemente triste, affetta da un senso di mancanza profondo e insanabile. L’amputazione stessa, pur avendo tolto il “male” che rischiava di contaminare tutto, impedisce di fatto di dimenticarsi davvero dell’arto mancante, reso sempre presente proprio dalla sua assenza.

Tuttavia chi opta per la soluzione del “taglio netto” anche in terapia si mostra risoluto nel mantenere tale decisione, ed assolutamente non  terapeutica sarebbe un’insistenza da parte del curante verso la riconciliazione. Le motivazioni del paziente vanno sempre prese sul serio, vanno ascoltate più che contrastate.

I perché

Dietro alla scelta di chiudere un  legame fondante come quello con un genitore ci sono lacerazioni inimmaginabili. Dolori subiti già durante l’infanzia (non necessariamente abusi di natura fisica) che hanno gravemente minato la fiducia, amplificando a dismisura l’odio a scapito dell’amore.

L’odio, insito in ogni legame nella misura in cui esso inevitabilmente ingenera delle frustrazioni, ad un certo punto tracima come un fiume in piena non più tenuto insieme dagli argini dell’amore. I livelli di frustrazione raggiungono un’intensificazione tale che l’apparato psichico non riesce più a trattare se non attraverso un atto, una difesa, ovvero l’attacco o la fuga.

Recidere il rapporto significa irrigidire in maniera permanente la difesa della fuga (che di per sé può essere temporanea come una transitoria interruzione di corrente a seguito di un surriscaldamento). Nel caso della rottura intenzionalmente perpetrata l’arroccamento è definitivo, non più negoziabile. “Basta”.

Gli effetti

Peccato però che questo “basta” sia praticabile soltanto nel reale. Non parlare più, cambiare casa, non avere più contatti con l’agente urticante mette sicuramente al riparo da alcuni effetti di contagio dati dalla convivenza o dall’eccesso di vicinanza ma non è sufficiente per “liberarsi” mentalmente una volta per tutte dal tormento.

Non è possibile infatti vivere “come se”  una persona non fosse mai esistita.  Anche la morte non libera da certe presenze, ormai interiorizzate. Anzi, più forte, più rigida, più pervasiva è la difesa più il malessere cresce nell’oscurità, di fatto rafforzandosi.

La sparizione nel reale, auspicata, voluta, volontariamente ricercata si traduce in presenza continua, invasiva, martellante. Magari non necessariamente sotto la forma di un pensiero che va verso quello specifico familiare eliminato dalla propria vita ma nella modalità più subdola di un’irrequietezza o apatia inspiegabili.

Ciò che fa da sottofondo permanente alle giornate  è un senso di “pesantezza” o in alternativa di “svuotamento”,  come cucito addosso. Spesso esso costituisce il vero sintomo di entrata in una cura, che però non viene ricollegato in alcuna maniera al taglio. Capita che il paziente dica esplicitamente che sì, non parla da anni con il padre, ma negando qualsiasi impatto sulla sua situazione attuale. Anzi, di quello che è successo non ne vuole proprio parlare, tanto non serve a niente.

In molte di queste situazioni ai sintomi sopra citati si sovrappongono pure problematiche alimentari. Come se pesantezza e svuotamento prendessero corpo nella realtà, attraverso eccessi o digiuni, rappresentando il cibo l’oggetto genitoriale.  Ciò che imprigiona è infatti l’oscillazione fra bisogno convulso di attaccamento al genitore assente e necessità di scrollarselo di dosso, in un “disimpasto”  fra amore e odio. Amore e odio infatti, senza riconoscimento dell’ambivalenza, hanno entrambi un alto potenziale distruttivo.

L’odio, non trattato ma eternizzato nella presa di distanza totale avvelena, mentre l’amore (o quel che ne resta), negato ma ancora vivo sotto le ceneri, continua ad avanzare le sue perentorie pretese infantili.

Ne deriva un’instabilità emotiva che si riverbera nell’intimo rapporto con il senso della vita, in quello con il cibo e con gli altri. Senso di schiacciamento e necessità di fuga colorano tutte le situazioni, consegnando ad una  negatività luttuosa perenne.

La cura

La terapia quindi in questi casi sarà ostacolata dalla tendenza negazionista del paziente, dalla sensazione che nulla si possa fare per cambiare le cose e dalla convinzione che il passato sia passato e “basta”.

Il lavoro di ricostruzione sarà quindi difficilmente praticabile, soprattutto quello che ha a che vedere non tanto con date e fatti quanto con vissuti ed  emozioni.

Il rischio è duplice: da una parte un abbandono della cura per eccesso di chiusura, dall’altra la possibilità che la persona, messa troppo presto a confronto con vissuti inaccettabili e privata dei suoi sistemi di sicurezza vada incontro a crolli e disordini comportamentali ben più gravi di quelli lamentati in partenza.

Il curante dovrà saggiare prudentemente le possibilità elaborative del suo paziente, non illudendosi di poter sciogliere rapidamente le difese affrontandole frontalmente. Gli effetti terapeutici, nei termini di una minimale ricomposizione della frattura, avverranno solo dopo un lavoro di analisi e ricostruzione del rapporto con la  figura genitoriale tagliata fuori dalla vita. La riconciliazione sarà quindi un possibile esito del percorso, non la mira principale. Essa, nel rispetto delle risorse individuali, mirerà a riconoscere ed affrontare l’ambivalenza, nella ricerca di un riannodamento  possibile fra amore e odio.

Conflitto inconscio

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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