Perdono e riconciliazione

Il perdono va distinto dalla riconciliazione, con la quale spesso viene confuso e sovrapposto. Si può infatti perdonare senza riconciliarsi ma mai riconciliarsi senza aver davvero perdonato. 

Qual è dunque la differenza sostanziale tra le due cose?

Innanzitutto bisogna definire che cosa è il perdono. Un affetto? Un pensiero? Oppure, più precisamente, un atteggiamento di fondo che deriva da un intimo processo di maturazione e di crescita che tocca anche altri ambiti della vita?

Chi è in grado di perdonare infatti riesce ad andare oltre la rabbia ed il rancore per un torto subito; il suo atteggiamento alleggerisce in primis la sua persona, non necessariamente colui verso il quale è rivolto. 

La riconciliazione, diversamente, implica maggiormente l’altro, perché comporta un ristabilimento della relazione, una ripresa dei rapporti, cosa che il perdono non include per forza. Per questo si può perdonare ma non desiderare più una relazione con qualcuno (nei cui confronti comunque non si prova più rancore),  mentre è davvero difficile ricominciare  a frequentare una persona senza essere riusciti a superare realmente la ferita che riteniamo ci abbia inflitto.

Il processo del perdono

Perdonare non equivale a dimenticare, a far finta di nulla né tanto meno a negare la portata e la gravità di ciò che si è dovuto patire. Chi perdona ricorda bene, ma si incammina in un percorso che punta verso il ristabilimento di un proprio equilibrio e di una propria serenità. 

Quindi, condizione imprescindibile, è la volontà di tornare a stare bene. Se prevale, come spesso accade, l’oscuro desiderio di stare male, l’attaccamento al vittimismo e la conseguente gratificazione narcisistica assicurata dal crogiolarsi nel male, allora nessun meccanismo virtuoso può attivarsi da sé.

A braccetto con tale atteggiamento positivo va la disponibilità a mettersi nei panni dell’altro; più ci si mette ad osservare la situazione a partire dal punto di vista o la situazione emotiva dell’altra persona più risultano chiare le motivazioni che lo hanno spinto verso determinati gesti o azioni. 

Così facendo si può scoprire inoltre che anche noi stessi in molti casi giochiamo una parte nella dinamica che ha portato l’altro a ferirci, non siamo quindi totalmente estranei alla faccenda. Consciamente o inconsciamente, qualcosa della nostra persona, del nostro modo di agire o di pensare ha contribuito a preparare il terreno per l’atto lesivo compiuto dall’altro. 

Allora si può scoprire che non solo l’altro non è tutto buono perché ci ha fatto del male, ma che non lo siamo neppure noi, che anche in noi c’è un’ombra, una pecca, un qualcosa che non coincide con la purezza e la giustizia assolute.  

Un’analisi di questo tipo porta dritti verso la coscienza dell’ambivalenza intrinseca alla natura umana, verso cioè la consapevolezza della nostra imperfezione e limitatezza. 

Essa, ben lungi da un cinico giustificazionismo che porterebbe ad assolversi con leggerezza “tanto siamo fatti così”, si traduce in comprensione pietosa, avendo comunque come orizzonte e come mira il bene anziché il male, il rispetto anziché il suo contrario, in una parola quei valori etici che ci rendono uomini e non belve allo stato brado.

Il perdono come esito dell’analisi 

Vista in questa prospettiva la capacità di perdonare si associa ad un lavoro psicoterapeutico ben fatto perché ciò che la ispira è anche ciò che rende possibile un lavoro autentico su se stessi: stop al vittimismo, stop al ritenersi perfetti e puri, stop al lamento, via libera alla comprensione di verità scomode e dolorose.

Lo smantellamento dell’orgoglio e della compattezza egoica a cui porta un lavoro umile e paziente di ricerca alleggerisce moltissimo e riporta alla luce uno stato di lietezza e di pace, condizione indispensabile per godere della vita ma anche per affrontare le inevitabili  difficoltà che punteggiano il cammino individuale di ciascuno. 

La decisione circa la possibilità di riconciliarsi o meno nel reale è qualcos’altro; alcuni rapporti possono essere lasciati andare nonostante il perdono, ovvero senza rancore, senza sbattere la porta, senza musi o sparizioni violente. Semplicemente, in molti casi, arriva la constatazione che non si ama più, che non si ha più nulla da spartire o condividere stando accanto, pur nel rispetto e nella comprensione delle ragioni dell’altro. 

La differenza fra separazioni serene ed eternamente conflittuali sta qui; chi perdona lascia ma va avanti, non odia più, non è più intossicato e può provare anche affetto verso chi una volta aveva tanto amato. Chi resta al contrario ostaggio dell’odio si condanna all’infelicità perpetua, all’amore malato, al godimento velenoso della rovina, alla prigionia dell’orgoglio e della rigidità del proprio Ego.

Sono scelte, al fondo. L’analisi può aiutare chi questa scelta la compie da sé, senza forzature dall’esterno, spesso collusive con la non volontà di cambiare davvero prospettva.

Rapporto uomo donna, Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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