Orgoglio “sano” e orgoglio “malato”

Anche semplicemente aprendo un vocabolario possiamo  prendere atto del lato bifronte dell’orgoglio: da un lato fierezza, senso della propria dignità personale, dall’altro sentimento eccessivo di sé, che isola e altera i rapporti col simile.

Orgoglio sano

La prima definizione ha senz’altro una connotazione positiva: trattasi di orgoglio “sano”, ovvero, in termini psicoanalitici, della stessa funzione dell’Io. L’io infatti offre coerenza e unità alla psiche, impedendole di “perdersi” nel mare delle suggestioni inconsce e degli stimoli esterni.

Una sorta di barriera che, pur permeabile e ricettiva, al tempo stesso protegge dal caos delle percezioni interne ed esterne,  garantendo ordine, stabilità ed un’immagine positiva di sé nonostante gli attacchi provenienti da tutto ciò che è “altro”.

Si deve all’Io quindi la possibilità di resistenza alle distrazioni e alle frustrazioni mantenendo comunque un contatto con il mondo interiore e l’ambiente circostante. È grazie a lui che possiamo realizzare qualcosa fronteggiando fatica e stress, e  non frantumarci in mille pezzi  se veniamo offesi da un evento sfortunato o da una persona che (anche involontariamente) ci fa del male. È sempre per via del suo contributo che siamo in grado di difendere la nostra dignità impedendo ad una circostanza o ad un nostro simile di schiacciarci.

L’importante, perché si mantenga in salute, è che da una parte non irrigidisca troppo la barriera nei confronti degli stimoli, dall’altra che non esalti a dismisura lo splendore della propria immagine.

Orgoglio malato

Queste due situazioni le ritroviamo in pieno sul versante “patologico” dell’Io, il così detto orgoglio eccessivo.

Sia l’ispessimento dei confini con l’esterno che la grandiosità sono il più delle volte  reazioni finalizzate a compensare le rispettive tendenze opposte.

Un animo troppo sensibile infatti soffre di un’esagerata disponibilità verso tutto ciò che costituisce l’altro da sé. L’Io in questi casi è più vulnerabile e, per difesa, può irrigidirsi, chiudendo in maniera stagna i canali di collegamento col fuori. Ne derivano sul lato del sè sentimenti di anestesia, di svuotamento interiore  e di rifiuto del mondo, su quello dell’altro percezione di freddezza e di essere oggetto di un rigetto sdegnoso.

L’Io può, oltre che diventare una specie di fortezza inaccessibile, andare pure  incontro ad una progressiva ipertrofia. I due fenomeni possono accadere contemporaneamente così come restare slegati. La grandiosità, intesa come esagerazione dei propri talenti unitamente ad un senso di superiorità verso gli altri, anch’essa va a supplire ad un senso profondo di inadeguatezza.

L’immagine di sé, difettosa per via di intoppi nel processo di rispecchiamento infantile nei confronti delle figure oggetto di identificazione, viene costruita artificiosamente a seguito dei risultati raggiunti più che spontaneamente per la pura bellezza del proprio essere.

Venendo a mancare un amore incondizionato, che promuove un riconoscimento dell’essere in quanto tale e dunque una costituzione di un’immagine positiva di sé a prescindere dalla prestazione, l’immagine resta sbiadita, da colorare. E il colore può venir trovato nell’elevazione del successo o dell’intelligenza, risultando però troppo squillante, troppo esibito, troppo.

Le persone, di fronte a tali personalità volgarmente definite come “piene di sé”, fanno magari buon viso a cattivo gioco, ma al fondo non le tollerano perché le sentono sprezzanti, giudicanti oppure semplicemente concentrate a senso unico su di sé. È raro che colgano quanta disperazione si cela dietro alla maschera di presunzione dell’orgoglioso.

L’eccesso di orgoglio porta dunque, come è indicato nella definizione del vocabolario, ad un senso di solitudine e di distacco, quando non addirittura di depressione.

Terapia

La guarigione, come sempre, può avvenire solo se l’orgoglioso riesce (con molta fatica) a distanziarsi da sé e a vedersi da fuori in tutta la sua tristezza e vanità. La terapia psicoanalitica può fare qualcosa in tal senso perché costringe a mantenere un contatto con l’altro pur nel vuoto di stimoli.

Se l’Io “sano” è quello in grado di farsi toccare dalla vita, di assaporarla pienamente nel bene e nel male pur conservando nel lungo una rotta stabile (nonostante le inevitabili deviazioni), allora significa che la sua salute la deve al contemporaneo riconoscimento della propria fragilità, del proprio bisogno dell’altro  ma anche del proprio valore in quanto essere unico, con i propri pregi e difetti.

Apertura, coscienza del limite e valore sono allora i termini interconnessi  in gioco. Il cammino terapeutico dell’orgoglioso lo vedrà da un parte nuovamente alla prova nel legame, lo stanerà dal guscio; dall’altra  lo cimenterà nel perdonarsi un po’ la sua imperfezione di creatura mortale  e nel perdonarla contestualmente all’altro.

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961