I rischi della psicoterapia

Non di rado accade di accogliere in terapia persone provenienti da percorsi psicoterapeutici recentissimi, interrotti per varie ragioni.

Talvolta si può trattare del fenomeno del così detto “turismo” terapeutico, ovvero della tendenza a passare da uno specialista all’altro, in un collezionismo di insuccessi, delusioni e superficialità.

Altre volte invece gli incontri vengono cessati presto o tardi a causa di errori da parte dei terapeuti o di insormontabili incompatibilità “emotive” fra analista e paziente. 

Un discorso a parte vale poi per chi ha concluso una lunga analisi e dopo un po’ di anni desidera intraprenderne una nuova con un altro terapeuta.

I primi colloqui

La presa in carico in queste situazioni è dunque sempre delicata e non può prescindere da una serie di valutazioni nei primi colloqui.

In generale c’è da porre attenzione su quanto il passaggio dal contesto precedente sia effettivamente dovuto ad una supposta inadeguatezza del terapeuta. Spesso infatti chi abbandona una psicoterapia per iniziarne dopo poco un’ altra non ha ancora sviluppato il requisito minimo che apre la via ad un cambiamento possibile, ovvero la coscienza di essere lui stesso il motore del trattamento.

Il rischio è che il nuovo lavoro sia destinato allo scacco quanto quello che lo ha preceduto, ovvero che accada un passaggio, prima o poi, dall’idealizzazione del curante ad una sua svalutazione. 

È quindi necessario che il terapeuta si soffermi a problematizzare queste domande, smarcandosi dalla posizione del “salvifico” e presentando fin da subito i limiti del processo e le condizioni entro cui può svolgersi.

In questo modo chi è in fuga perché preda di un transfert negativo o chi sta facendo puro “turismo” può magari tornare dal suo analista e vedere insieme a lui cosa è andato storto,  oppure mettersi finalmente a lavoro in maniera concentrata. Mentre invece, chi è legittimamente alla ricerca di qualcos’altro, perché è davvero incappato in un cattivo incontro, può infine accedere ad un’esperienza terapeutica che abbia un senso. 

La presa in carico 

In generale un terapeuta di esperienza già nei primi  incontri si rende conto se chi ha di fronte è cronicamente installato in una posizione vittimistica oppure ha dei motivi solidi per essere in cerca d’altro. La presa in carico avviene nel secondo caso, mentre per quanto riguarda il primo si tende a rimandare al terapeuta precedente, nella speranza, così facendo, di essere di aiuto a sbloccare un’impasse all’interno di un rapporto terapeutico per molti aspetti valido e potenzialmente di aiuto.

Quando si decide di procedere con la cura, ciò che emerge quasi sempre nei colloqui sono rabbia verso il percorso interrotto e un certo smarrimento. Più raro è l’atteggiamento pacato di chi, riconoscendo il “quid” venuto a mancare nel rapporto trascorso, è serenamente intenzionato a soprassedere, ricorrendo magari all’ironia. Più la persona è forte e ha un io strutturato, più è infatti semplice voltare pagina dopo qualche incontro “infelice” del passato.

Mentre invece è proprio là dove ci sono delle fragilità maggiori che si fa più fatica. Anche pochi colloqui condotti male possono peggiorare notevolmente il quadro clinico di certi pazienti. Senza arrivare al vero e proprio scompenso psicotico indotto da interpretazioni selvagge, è facile trovarsi di fronte al dilagare dell’angoscia, che andrà quindi tamponata.

Importante è non incentivare le recriminazioni verso i colleghi; esse sono da accogliere se ci rendiamo conto della loro fondatezza ma non vanno assolutamente ingigantite.

L’arma con cui si combattono gli errori, propri o altrui, non è quella della fomentazione del  lamento fine a se stesso ma dell’individuazione del punto dolente e della ricerca di strategie alternative per contenerne gli effetti. A volte è “grazie” ad un fallimento che si individua rapidamente il percorso giusto, anche se sarebbe auspicabile che ciò non avvenisse, soprattutto se le conseguenze sono particolarmente nefaste.

Azioni fuori misura 

 Ma quali sono le azioni terapeutiche più pericolose e possibilmente da limitare e calibrare attentamente?

Le azioni terapeutiche fuori misura di solito coincidono o con un uso esasperato dell’interpretazione, oppure con un eccesso di spinta a far compiere certi atti per i quali i pazienti non sono psichicamente  pronti. 

È raro invece che la bonarietà, l’ovvietà e la passività del terapeuta abbiano conseguenze gravi e destabilizzanti; il paziente piuttosto si sente non ascoltato e non capito, sminuito nella propria sofferenza, ma non scosso e squilibrato. L’esito in questi casi è la stagnazione del lavoro  più che lo scompenso. 

Invece la parola che insiste, che batte impietosamente su tasti di difficile gestione da parte del paziente, può essere molto pericolosa e andare ad aprire voragini che egli non  è attrezzato ad affrontare. Almeno in certi momenti; non è detto infatti che la stessa persona ad un certo punto del suo cammino non riesca ad accostarsi a questioni ritenute inaccessibili nei periodi più bui. 

Gli scivoloni sul terreno dell’interpretazione sono soprattutto propri degli psicoanalisti, che rischiano di soffocare i loro assistiti proponendo una miriade di perché e di “percome” spesso incomprensibili se non addirittura minacciosi. 

L’arte del silenzio e dell’ascolto, unita ad una certa parsimonia interpretativa, può risultare faticosa. È facile per chi ha dimestichezza con la parola eccedere nella credenza nella sua efficacia,  finendo per abusarne, dimenticando magari diagnosi e prudenza, a spese purtroppo del proprio assistito. Possono subentrare anche motivi di stanchezza, per cui diventa difficile tacere quando sarebbe opportuno, oppure possono venir fatti  “calcolati” azzardi terapeutici, che tanto calcolati bene alla fine dei conti non erano. 

Sono poi i comportamentisti a rischiare di più sul terreno delle azioni; essi cercano di risolvere i blocchi emotivi nel reale, attraverso il compimento di atti che mettono nelle condizioni di esporsi a ciò che fa paura. Non è detto che in molti casi non abbiamo successo; a tutti capita di verificare gli effetti terapeutici clamorosi di sblocco derivanti dall’esposizione. Per chi ha solo un problema di inibizione, spingersi oltre è un modo per vincere le resistenze e aprire la via ad un lavoro psichico più ricco e fecondo.

Ma se il trattamento viene svolto alla cieca, senza aver presente la struttura psichica del paziente, il rischio di spingere troppo una persona estremamente fragile mettendola in situazioni che poi non sa gestire è più che concreto.

In generale dunque è meglio per ogni terapeuta (indipendentemente dalla scuola di appartenenza) evitare il più possibile l’insistenza e qualsiasi pratica standard, che non tenga  conto delle differenze individuali e dei particolari momenti di vita dei pazienti.

E ricordarsi di stare bene e di stare svegli, come insegnava Winnicott, “sopravvivendo” alla terapia senza fare danni. 

Aiuto psicoterapeutico

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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