Pierre Rey - sul lettino di Lacan -

Pierre Rey, Sul lettino di Lacan, Bruno Mondadori Editore.

In questo libro lo scrittore francese Pierre Rey racconta l’esperienza della sua analisi personale con Jacques Lacan.

E’ un testo molto interessante per varie ragioni. Può infatti attrarre sia lo psicoterapeuta, che vi trova preziose indicazioni tecniche sullo stile di conduzione delle cure da parte di Lacan, che il paziente, reso partecipe dei mutamenti interiori dell’autore provocati dalla terapia.  

In questo articolo proviamo a vedere cosa accade al malessere del paziente Rey. Assillato da una serie di sintomi fobici, chiede aiuto al noto psicoanalista francese. Come spesso accade, i suoi sintomi scompaiono nei primi mesi dell’analisi. Non si tratta però di una risoluzione autentica dei conflitti sottostanti ma degli effetti suggestivi legati alla situazione. I sintomi infatti dopo un po’ ritornano tali e quali.

Lacan sapeva benissimo che una psicoanalisi non cura attraverso la suggestione e non usava mai direttamente il potere suggestivo della sua persona a fini terapeutici. Indicava sempre un al di là, faceva cioè appello all’indipendenza del soggetto rispetto a lui, alle sue personali risorse di elaborazione.

Questo fenomeno lo vediamo bene nelle descrizioni di Rey. Se i sintomi ritornano, ciò che veramente cambia nel corso della sua analisi è l’atteggiamento che lui mostra nei loro confronti. Avviene un cambiamento di posizione, di prospettiva.

Dice: “sono sempre altrettanto fobico. Ma, nel frattempo, ho imparato a scendere a patti con le mie fobie. Evito di mettermi in condizione di provarle o, se vi sono costretto, considerandole come l’incidente di un tempo vuoto, le subisco con la rassegnazione annoiata con cui si affrontano le fatalità esteriori”.

Uno dei punti di approdo della terapia è proprio questo grado di accettazione rispetto a ciò che affligge. Che non equivale a un essere passivi, un identificarsi con il sintomo, tutt’altro. Rey scopre nel corso dell’analisi che nella vita “tutto vi è precario, incerto e nulla è dato né acquisito”.

L’accostamento che ci propone tra la sua fobia e la “fatalità esteriore” a cui reagisce con “rassegnazione annoiata” è  ricco di significato.

La terapia non sempre elimina il sintomo, come un nemico da cancellare, da estirpare. Aiuta a riconciliarsi con lui, senza però subirlo. Come qualcosa che ci riguarda, che fa parte di noi, ma che non qualifica del tutto quello che siamo. La “rassegnazione” di cui ci parla l’autore è infatti “annoiata”, vale a dire che la sua mente procede oltre, va oltre, non viene più schiacciata né tiranneggiata. E’ libera.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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