Il “meno” che diventa “più”: una testimonianza non comune

La vita di Sabriye Tenberken è un esempio di vita compiuta, realizzata, aperta all’Altro. Una ricchezza raggiunta proprio a partire dall’esperienza del limite piuttosto che dalla sua assenza o negazione. Un’esistenza assolutamente fuori dal comune, inimitabile. Che tuttavia testimonia la possibilità per ciascuno di noi di concretizzare qualcosa di grande non “pur” nella perdita e nella difficoltà, ma proprio “grazie” ad esse.

La trasformazione del “meno” in ”più” è il segreto di questa donna, che rivela nel suo libro “Vedere con il cuore”, miscela di racconti autobiografici e cronaca di un’avventura sull’Everest in compagnia degli alunni di una scuola molto speciale.

Ritratto di Sabriye

Sabriye, oggi riconosciuta per i suoi meriti nel sociale a livello internazionale, era una ragazzina tedesca qualunque, diventata non vedente all’età di dodici anni per via di una malattia degenerativa della retina.

Della sua famiglia e del contesto di origine non si sa molto. Una notazione però è importantissima: Sabriye racconta di un “mutamento d’ambiente” cruciale ai fini dello sviluppo di quella che sarà poi la sua arma vincente: la consapevolezza di sè e delle sue capacità. In un collegio per ciechi, senza il riparo ma anche il soffocamento della famiglia, impara cosa significa contare sulle sue forze e sviluppa una fiducia in se stessa e nelle sue idee che le saranno fondamentali per mostrarsi senza vergogna ai vedenti. Capisce molto presto che l’integrazione deve venire da lei stessa, e non per intercessione esterna.

Durante gli anni del collegio si compie in lei un grande mutamento: vergogna, auto compassione, rabbia cedono il passo all’accettazione, all’integrazione del limite come parte costitutiva di sè:”la cecità è qualcosa che irrevocabilmente è parte di noi e solo il senso dell’umorismo e la consapevolezza di sè possono farla accettare come normale anche agli altri”.

Sabriye arriva a cogliere precocemente qualcosa che spesso è percepito solo tramite un’analisi in età più adulta: non è l’Altro a doverci accettare ma siamo noi a dover fare i conti con l’Altro che è in noi stessi. La disabilità accentua un fenomeno che è di pertinenza di tutti: non siamo mai ciò che vorremmo essere, c'è in noi un reale che ci supera, un’estraneità interna, eccedente. Con il quale dobbiamo confrontarci faccia a faccia, senza il riparo, senza il conforto protettivo di nessuno. Solo il distacco dalla famiglia, dall’origine, permette di divenire autenticamente se stessi, di recuperare energia e creatività per seguire la propria strada.

La forza del desiderio

Così, quando la giovane frequenta l’ultimo anno di liceo, in un baleno si chiarisce le idee su cosa desideri fare da grande. È quello il momento in cui si affaccia per la prima volta il suo desiderio, il punto in cui il “meno” si trasforma in un “più”. Come lei stessa aveva potuto lasciarsi alle spalle il peso dell’inibizione e del dolore inflitti dalla cecità grazie all’aiuto di un contesto “straniero” alla famiglia, così accadrà ad altri bambini ciechi, meno fortunati di lei, questa volta per opera sua.

Schernita dai compagni di classe, durante una lezione in cui si parla di “piani per il futuro” afferma di voler andare in Tibet ad aiutare i bimbi emarginati dalla società per via della malattia. Le prese di giro non la fanno desistere, anzi. “ Gli sfottò dei miei compagni ebbero il solo effetto di spingermi a sviluppare con ancora più caparbietà i miei progetti: volevo andare via, la Germania mi andava stretta, mi sembrava troppo chiusa”.

La forza del suo desiderio viene messa tristemente alla prova non solo dallo scetticismo dei compagni ma anche dal rifiuto degli operatori delle organizzazioni di sostegno allo sviluppo, entusiasticamente consultati per avere indicazioni sui titoli di studio più adatti per prendere parte di quel mondo.

Le viene ripetutamente sottolineata la sua cecità, in maniera spesso grossolana. Una funzionaria della Croce Rossa le chiede stupefatta cosa voglia:” lei è una c..., mi scusi, una non vedente e noi non possiamo impiegarla. E poi non troverebbe nessuno disposto ad assicurarla all’estero”.

Anche i consulenti del lavoro non sono da meno: “faccia un corso di formazione per telefonista. Sono sicura che un ente caritatevole come la Croce Rossa le troverebbe un posto come centralinista”.

Ma Sabriye, forte della forza interiore su cui può saldamente contare, riesce a trasformare la delusione e l’offesa bruciante dei rifiuti in una lucida consapevolezza. Di nuovo un “meno” che diventa un “più”. Deve fare da sola, si deve ingegnare. Capisce che seguendo le vie convenzionali non avrebbe mai potuto realizzare i suoi progetti.

Allora prende in mano la situazione, comincia a studiare lingue e culture orientali con la specializzazione in tibetologia. L’obiettivo che ha in mente è quello di conoscere tutto del luogo, di acquisire le giuste competenze per scrivere un solido progetto per poi poter recarsi direttamente sul posto e proporsi in prima persona alle autorità locali.

Un’attivitá assolutamente geniale portata avanti in parallelo in quel periodo della sua vita (e che ha poi incontrato un riconoscimento ufficiale in Tibet), è l’invenzione di un sistema di scrittura per ciechi fondato sul sistema braille e sulle regole della scrittura sillabica tibetana.

Con tale equipaggiamento parte da sola alla volta del Tibet, riesce ad ottenere udienza da parte delle autorità di Lhasa e ad essere presa sul serio riguardo il suo progetto di aprire una scuola per bambini non vedenti. In risposta alla domanda che le viene posta rispetto al perché si dovrebbe aver fiducia in lei, dopo aver elencato i suoi studi e le sue invenzioni dice: ”esitai un momento, poi decisi di giocare quella che mi sembrava la mia carta migliore: anche io sono cieca”.

La “carta migliore” per realizzare il suo sogno è dunque la cecità stessa, il limite è di nuovo dichiaratamente la sua marcia in più.

La scuola avrà successo, fra mille difficoltà e gratificazioni. Seguiranno altri progetti, tutt’ora in corso, sponsorizzati a livello internazionale, grazie all’attenzione suscitata dai media.

La libertà, l’amore, la cura

Proprio durante il primo viaggio in solitaria in Tibet Sabriye conosce Paul, quello che diventerà il suo compagno di vita, un olandese anche lui in viaggio per conto suo. Quando partirà per la seconda volta, con la finalità di restare, (senza avergli chiesto nulla) potrà godere della sua compagnia. Lui lascerà tutto per seguirla nell’avventura e le resterà sempre a fianco.

La forza e la decisione con cui segue in solitudine il suo desiderio la portano a ritrovarsi non più da sola. Altro “meno” che diventa “ più”. La gratuità assoluta è la cifra del suo incontro d’amore, perché amore non è bisogno, non è aggrapparsi, non è domandare ma è libertà. Che come tale può esistere se la propria solitudine è stata accettata e resa fertile.

Ultima nota: il desiderio genera desiderio, ciascuno può con i suoi modi e mezzi generare qualcosa se è stato esposto ad un incontro positivo. Sabriye, nel momento in cui espande le sue attività in India, riflette insieme a Paul sui primi anni della loro esperienza con i bambini.

Lui le fa notare che non tutti abbiano la sua forza e lo spirito di iniziativa di realizzare opere grandi. Ma lei ribatte, citando una serie di allievi che sono sulla strada di concretizzare le idee che avevano architettato in un laboratorio della scuola chiamato “la fabbrica dei sogni”. C'è chi sta mettendo su uno studio di fisioterapia, chi sta studiando l’inglese all’estero, chi è in Olanda per perfezionare l’arte della preparazione del formaggio, chi lavora come guida turistica...

Non tutti possono essere salvati, perché la volontà personale è imprescindibile. Ma la miccia, il punto di innesco è sempre l’incontro con l’Altro, con lo straniero, con il non familiare.

Tutta la storia di Sabriye ci mostra in atto concetti psicoanalitici astratti: la trasformazione della traccia traumatica in destino, la legge del Desiderio, la rettifica soggettiva, l’Altro come eccentricità interna, la responsabilità individuale ecc...

Allora la cura, l’incontro con uno psicoanalista possono essere paragonati a quello che i bimbi tibetani hanno avuto con Sabriye, o quello che lei stessa ha fatto da bambina nella sua scuola tedesca per non vedenti. Quel non familiare che cura senza proteggere, che risveglia senza forzare.

 

"Vedere con il cuore", 2008, Casa Editrice Corbaccio

Tags: Forza del Desiderio

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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