Amare se stessi nell'altro o l'altro per quello che è?

Per Freud questa tipologia sarebbe più diffusa negli uomini, alla ricerca di un sostituto del primo oggetto d'amore, cioè la madre. Il secondo invece concerne una spinta, più femminile del resto, a prendere come oggetto d'amore se stessi, facendosi dunque amare.

Qui prevarrebbe la componente narcisistica nella misura in cui in primo piano ci sarebbe l'essere amati rispetto all'amare. Andando più oltre, l'inventore della psicoanalisi arriva a dire che fa parte della scelta d'amore narcisistica l'amare l'altro non per quello che è ma per quello che vorremmo fosse, dunque una sorta di idealizzazione che ne farebbe colui che possiede le qualità che ci mancano e che vorremmo per noi stessi.

In entrambi i casi citati, l'amore d'appoggio e quello narcisistico, salta all'occhio un fatto: l'amato non è mai raggiunto in quanto tale, nella sua soggettività unica, ma assume sempre le sembianze di qualcun altro: nel primo caso la madre, nel secondo la nostra immagine ideale. Dunque a dire il vero l'incontro autentico con il suo essere più proprio viene mancato, dando luogo ad abbagli e disillusioni nel momento in cui lo schermo che riflette tutte le proiezioni si infrange sotto i colpi della conoscenza più profonda. Questo discorso darebbe anche conto del perché certe persone una volta chiusa una relazione ne iniziano un'altra, magari con una persona diversissima rispetto alla precedente, che finisce con il prendere la stessa piega. In questi casi e' all'opera una lente distorcente, che assegna un determinato posto, sempre lo stesso, ai differenti oggetti d'amore.

Ma possiamo affermare che Freud ha veramente detto l'ultima parola sull'amore? Non è possibile uscire da questa legge spietata secondo la quale siamo condannati a non vedere mai l'altro per quello che è veramente? Lo psicoanalista Jacques Lacan su questo punto dissente e cerca di andare oltre. L'amore come amore per l'altro al di la' dei filtri della nostalgia o dell'idealizzazione e' molto difficile certo, ma non impossibile. Un'analisi ben riuscita dovrebbe portare in questa direzione, dovrebbe cioè consentirci di aprire gli occhi sulla nostra tendenza inconscia alla distorsione e dunque permetterci di squarciare le bende che ci fanno continuamente prendere delle cantonate e sbandare. Inoltre l'analisi per definizione contrasta la nostra tendenza, molto nevrotica, a cercare sicurezze, certezze, a chiudere in schemi rassicuranti situazioni e persone. Ci fa vedere come l'incontro sia possibile solo se ci lasciamo andare alla contingenza della vita, alla sua imprevedibilità. Solo se assumiamo un assetto mentale disponibile alla sorpresa possiamo davvero aprire le porte all'altro, non più unicamente in quanto simile o dotato di qualità che ci attraggono. Anzi. In questo modo più che dallo splendore veniamo colpiti dal difetto, catturati dalla fragilità, presi dall'irregolarità, ovvero da tutto ciò che tipizza e rende insostituibili.

Attraversare i meccanismi inconsci che ci accecano ci fa recuperare vista, non dell'occhio ma della mente, la sola che permette un qualche orientamento nella vita.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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