La dipendenza affettiva

Dipendere affettivamente da qualcuno non è molto diverso rispetto al divenire schiavi di una droga. Come si riconosce questa condizione di sudditanza? Il segnale più classico è l’impossibilità da parte di uno dei due partner di chiudere una relazione nonostante questa abbia effetti distruttivi sulla sua emotività.

Al pari del tossicodipendente,conscio della spirale mortifera in cui è scivolato ma incapace di smettere con la sostanza, il dipendente affettivo sa di star male per via del partner eppure non si vuole staccare da lui.

Eccitazione, euforia, passionalità scaturiscono proprio dalla indisponibilità dell’altro, sostanzialmente sfuggente. Spesso l’oggetto del desiderio alterna in modo sconcertante comportamenti amabili a improvvise fughe. Slanci passionali lasciano repentinamente il posto a freddezza e chiusura, l’amabilità si rovescia in critiche e aggressioni. Tale capricciosità invece che spingere verso un allontanamento e una visione critica della persona che pur affascina, forza invece ancor più ciecamente nella direzione di un sempre maggiore invischiamento. Chi ne è vittima si attacca ai momenti piacevoli, alla loro magia (unica anche perché rara) e scusa il partner delle violenze subite, sperando in un suo cambiamento, magari proprio grazie alla propria azione salvifica.

Nonostante l’altro dia più volte prova della sua impermeabilità all’autocritica autentica e alla modificazione della propria posizione di fondo, il dipendente va avanti a sperare, non molla l’illusione che prima o poi arrivi la svolta. Così via via perde la propria autonomia e personalità, diventando accondiscendente e succube rispetto a tutte le angherie e sotterranee mancanze di rispetto del compagno. Non solo, oscuramente finisce per godere della propria condizione di vittima. “Guarda cosa mi hai fatto” è il nome di un atteggiamento silenzioso che gli fornisce uno strano e paradossale potere sul partner, una forma di aggressività passiva che inchioda entrambi in un incastro mortale. Da una parte il sadico, che sapientemente dosa amore e crudeltà, dall’altra il masochista, che nel tempo fa della propria passività un’arma.

Perché non tutti sviluppano dipendenze all’interno di rapporti disfunzionali? Perché c’è chi riesce a svincolarsi e a chiudere legami distruttivi nonostante la loro innegabile quota di adrenalina ed eccitazione? Non si tratta solo di razionalità. Potremmo pensare alla persona che trova la forza di chiudere come ad un soggetto razionale che, soppesati pro e contro, si ritira di buon grado secondo un principio adattivo di ricerca del piacere e di evitamento del dolore. In realtà le cose non stanno proprio così. Anche perché al fondo l’essere umano non risponde alla logica semplicistica della ricerca del bene e della fuga dal male. C’è un’inconscia attrazione verso la sofferenza in tutti noi, una sorta di “masochismo erogeno” per riprendere una famosa espressione di Freud.

Chi però ce la fa a sottrarsi al potere oscuro del tormento amoroso beneficia di una sicurezza di base che gli permette di temperare la spinta distruttiva, facendogli sperimentare la gioia dell’amore in un rapporto segnato dal limite, dal rispetto e dalla gentilezza. Chi invece ha vissuto un’intensa relazione con una figura genitoriale complessa, spesso irraggiungibile o distante, è più esposto a rapporti all’insegna della sofferenza. In una ripetizione che ha il sapore di un inconscio tentativo di correzione della ferita primordiale.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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