Masochismo e amore

Nella mia pratica clinica mi accade frequentemente di ascoltare persone, anche di notevole intelligenza e spessore, invischiate in relazioni distruttive per il proprio equilibrio ed autostima. Queste sono portate ad accettare e portare il peso di rapporti all'insegna della sofferenza. Non solo, spesso accade che proprio i legami più sofferti siano quelli considerati più intensi dal punto di vista emotivo, come se da un certo punto in poi non fossero solo subiti ma attivamente ricercati per una sorta di oscuro piacere ricavato dal tormento.

In psicoanalisi il termine masochismo indica precisamente questo godimento tratto dalla sofferenza, questa paradossale congiunzione di piacere e dolore, di vitalità e mortificazione. Lo possiamo incontrare sotto svariatissime forme, una delle quali appare per l'appunto la tendenza a legarsi affettivamente a partner francamente frustranti, freddi, mutevoli, narcisisticamente centrati su se stessi. Nonostante la devastazione psicologica che quasi invariabilmente ne deriva, appare complicatissimo staccarsene, come se una forza più ostinata della volontà e della razionalizzazione impedisse di concentrarsi sul proprio bene e di difendersi attraverso una presa di distanza.

Generalmente il sesso femminile è più esposto al rischio di scivolare in situazioni simili, proprio perché vi intervengono dei meccanismi che da un certo punto di vista sono propri della femminilità. La donna infatti tende ad attribuire nella sua vita un posto primario al desiderare piuttosto che all'avere. Dunque l'uomo che sfugge, che tratta male, che si sottrae paradossalmente tiene vivo il desiderio, proprio in quanto non lo soddisfa mai. Se il maschio davanti ad una donna bizzarra dopo un entusiasmo iniziale prontamente si stufa, perde interesse ( perché non appaga il suo bisogno di sicurezza e "comodità"), la donna invece è più portata a complicarsi la vita in nome del desiderio.

Naturalmente non tutte le donne finiscono nella trappola del masochismo. Se la maggioranza sulle prime resta attratta da ciò che sfugge, che appare misterioso e di difficile codifica, solo una parte cadrà vittima del meccanismo masochistico del "ti salverò a tutti i costi". Esistono poi delle eccezioni, ovvero uomini che, in virtù di una loro vicinanza psicologica al modello femminile (pur mantenendo tutta la loro virilità) sono sedotti dalla complessità e dunque possono arrivare anche ad accettare umiliazioni e sofferenze pur di non perdere la persona agognata.

In ogni caso chi tollera e poi di fatto più o meno inconsciamente ricerca il dolore in amore risponde ad un preciso identikit. Di solito ha avuto un genitore, un padre o una madre, affettivamente ambivalente. Il suo primo oggetto d'amore è stato cioè qualcuno che elargiva gratificazioni in dosi "omeopatiche" e in maniera del tutto arbitraria e capricciosa. Spesso accadeva anche che fosse proprio lui a prendersi cura del genitore, in un ribaltamento di ruoli. In questo modo nella sua mente si era venuta a creare una potente e difficilmente districabile associazione fra amore e sofferenza. E' come se inconsapevolmente si desse per scontato che amare significa soffrire, ricevere poco e immolarsi per l'altro.

Il brivido del primo amore, quello per la madre o per il padre, il masochista lo rivive in età adulta solo così. Un lavoro psicoterapeutico può allora portare a scoprire e disvelare questi meccanismi, in un processo sicuramente difficoltoso che però nel tempo permette di mitigarne la fatale spinta alla ripetizione.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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