Dall'isteria alla donna

Se dunque esiste un'isteria maschile (la cui trattazione merita un discorso a parte) ciò sta a significare che isteria e femminilità non sono la stessa cosa. Si può cioè affermare che l'incertezza rispetto all'essere sul piano sessuale non è una caratteristica che riguarda tutte le donne: ne esistono alcune non isteriche, che non lo sono mai state o che hanno sciolto il nodo sintomatico che le teneva avvinte grazie ad un'analisi o ad altre esperienze di vita.

Cosa distingue allora la donna dall'isterica? Al di là delle diversità osservabili sul piano comportamentale, ciò che segna davvero una differenza è il rapporto che intrattengono con la "mancanza" che le attraversa e che motiva le loro differenti reazioni in campo amoroso e sessuale.

L'isterica rifiuta la femminilità, si rapporta all'uomo su un piano di emulazione competitiva. Anziché valorizzare il suo essere svincolata dall'avere come una ricchezza, si mette a fare l'uomo, a imitarne atteggiamenti e perfino difetti. Questo perché non sopporta e svilisce la mancanza femminile (che indica simbolicamente la privazione dell'organo fallico, l'organo della potenza e del dominio). La femmina, priva del fallo, è più esposta dell'uomo all'incontro con il limite, con la fragilità, all'incontro con la "castrazione".  Ma ciò non significa che valga meno dell'uomo. L'isterica invece confonde la privazione con l'inferiorità, non rendendosi conto di quanto non essere ingombrata dal fallo renda la donna per certi versi più libera, più aperta all'assoluto. 

L'isterica, come la donna, è una creatura seducente. Ma la sua finalità nel sedurre non è quella di mobilitare l'uomo per farsi amare e farsi godere da lui. Lei mira ad altro, punta a raggiungere una "consistenza d'essere" attraverso il suscitare il desiderio del maschio. Attraverso l'essere riuscita ad aprire una mancanza nell'altro sperimenta la sensazione gratificante di "essere speciale", non però per goderne insieme a lui, ma per goderne in solitaria, a livello narcisistico.

L'isterica raggiunge in tal modo l'illusione di "consistere", di ottenere quel potere sull'uomo, quella forza di cui si sente ingiustamente privata. Il partner a questo punto non interessa più, viene umiliato dal rifiuto e dall'indifferenza. L'odio inconscio verso l'uomo diventa manifesto, in un circolo distruttivo che nulla ha di sensuale e di autenticamente erotico.

La donna viceversa accetta serenamente la sua castrazione, la accoglie, la abita. È per questo che acconsente a farsi amare e a tenere una posizione di oggetto di godimento senza sentirsi schiacciata, sopraffatta o diminuita. La donna è in pace con il suo specchio, non perché si piaccia narcisisticamente (nessuna donna si piace mai!) ma perché accetta il suo essere altro dall'uomo, togliendosi dalla competizione fallica del primeggiare.

La donna lascia spazio al suo essere ricettiva, riflessiva, aperta, propensa alla cura del particolare. In una parola la donna sa ricevere, sa accogliere, sa ascoltare, sa riconoscere e per questo si lascia colmare dall'uomo, si abbandona all'estasi, all'esperienza dello spossessamento e della perdita dei confini. L'emergere del desiderio dell'uomo non causa la sparizione del suo, piuttosto lo fomenta, lo alimenta, lo rinforza.

L'incontro con la castrazione dell'uomo, sempre presente quando questi desidera davvero una donna (non in quanto mero oggetto di consumo ma come essere che suscita una mancanza), non provoca una sua caduta svalorizzante, un suo decadimento dalla posizione ideale dell'"uomo che non deve chiedere mai" ma suscita tenerezza ed accoglienza se la donna è davvero scesa a patti con la sua lesione strutturale.

Allora due mancanze possono incontrarsi su un terreno comune, al di là dei giochi di ruolo, della parata della conquista maschile e della mascherata della seduzione femminile.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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