Libertà e legame: davvero inconciliabili?

Generalmente la psicanalisi tende ad imputare alla nevrosi (tendenzialmente a quella ossessiva) i comportamenti di fuga degli uomini di fronte a relazioni stabili o in procinto di diventarlo. Secondo il punto di vista freudiano l'uomo non riuscirebbe mai completamente a distaccarsi dalla propria figura materna, finendo per proiettarla sulla donna con la quale consolida un rapporto affettivo.

Lei diventa così troppo "familiare" per risultare ancora desiderabile. Inoltre più avanza richieste (d'amore, di vicinanza, di impegno) più presentifica alle orecchie del compagno l'insistenza della domanda materna, spesso particolarmente condizionante durante l'infanzia e a conti fatti durante tutto il corso dell'esistenza.

La fuga appare allora, per l'inconsapevole uomo vittima di questo meccanismo, l'unica modalità per mettersi al riparo dalla voracità reale o presunta delle richieste femminili, sentite come dei veri e propri imperativi morali. Ciò accade per lo più non a uomini strutturalmente inaffidabili ed incapaci di sacrificio. Anzi, tale dinamica colpisce elettivamente proprio coloro che sono più inclini a dire di sì, ad essere puntuali, metodici e "bravi". Ad un certo punto la loro condiscendenza si trasforma nell'atteggiamento opposto, in distacco. Al "faccio tutto quello che vuoi" subentra il "lasciami stare" . È il momento della chiusura, della fuga, della mancanza di spiegazioni. Che generalmente prelude ad un ritorno angosciato, per ricominciare poi tutto daccapo.

Questi soggetti hanno patito talmente tanto l'intrusività diretta o indiretta della propria madre da scambiare sistematicamente ogni domanda con un dovere da assolvere subito. Nei casi più estremi lo stesso desiderio, se espresso e verbalizzato esplicitamente dalla loro donna, viene accolto con angoscia, perché letto come una domanda a cui però non si sa bene che senso attribuire e come rispondere. "Cosa vuole da me? Se non vuole delle cose, se non vuole sesso, se non vuole danaro, allora cosa vuole?". È la presenza e basta, senza il fare, senza le cose, che non si riesce ad offrire. Il dono dell'amore gratuito, il dono del rispetto amorevole e dell'ammirazione (senza esaltazioni e senza giudizi) della particolarità non omologabile dell'altro questi uomini dalle loro madri non l'hanno ricevuto e non lo sanno dunque porgere alle loro compagne.

Ora, cosa può fare un uomo preda di questi meccanismi? È da condannare per i suoi sintomi? La sua compagna non può fare proprio nulla per aiutarlo?

Se la mettiamo nel senso di salvare l'altro, una moglie o una fidanzata possono incidere poco o nulla. Al contrario qualcosa può accadere se la partner in questione coglie qualcosa dei propri eccessi. La domanda d'amore frustrata, il desiderio non riconosciuto purtroppo tendono a produrre da parte delle donne vere e proprie rivendicazioni furiose: "mi devi amare! Mi devi vedere!, contribuendo a rinforzare (se non in alcune situazioni addirittura ad innescare) la spinta alla fuga. A volte capita che nel reale sia la compagna stessa ad asfissiare l'uomo con le sue richieste improrogabili. Se l'insicurezza di lei incontra la vulnerabilità di lui può accadere che, dopo una simbiosi iniziale all'insegna della cura reciproca, si passi alla guerra, alle ritorsioni, all'aggressività rabbiosa, al farsi del male.

Dunque la partner di un uomo affettivamente instabile non dovrebbe mai installarsi nella posizione della vittima ma interrogarsi sulla propria parte all'interno della relazione e sulla propria modalità di rapportarsi all'amore. La vittima gode sempre del proprio disagio, ciò le dà un controllo sull'altro a cui difficilmente vuole rinunciare. È il così detto sadismo del masochista, spesso il vero aguzzino camuffato da parte lesa. Donne così sono frequentemente di fatto delle copie delle madri del nevrotico ossessivo, il quale le sceglie ancora una volta proprio in virtù di quell'amore infantile irrisolto.

Naturalmente nessuno è da condannare per i suoi sintomi, non solo per una questione di etica. Il sintomo contiene la verità, da lì partiamo sempre quando vogliamo andare alla scoperta dei moventi inconsci che ci fanno soffrire e che regolarmente mettono in scacco le nostre vite. La nevrosi la si cura senza colpevolizzazioni e senza prescrizioni. Un uomo che vuol fuggire che fugga! Ha le sue ragioni! L'importante è che riesca a vedere il circolo vizioso in cui si trova. Molti pazienti uomini, grazie all'analisi, passano da uno stato di incoscienza totale in cui sono agiti dai loro sintomi ad uno di consapevolezza che, pur non coincidendo ancora con la guarigione, li aiuta ad inquadrare il problema e a conoscersi più a fondo.

La fuga, benché sia una difesa, può in quest'ottica dar vita ad un momento di solitudine "creativa", che può preludere ad una rinascita soggettiva. Da intendersi come una nuova modalità di rapporto con la domanda dell'Altro e l'amore. Da vivere non più all'insegna della schiavitù ma della libertà. Libertà di godere della vita insieme ad un'altra libertà.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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