I demoni del controllo (maschile) e della domanda d’amore (femminile)

Entrambi i sessi, alle prese con le cose dell’amore, possono incorrere nell’auto sabotaggio, possono cioè inconsapevolmente contribuire loro stessi a decretare il fallimento di un incontro.

In genere la causa la ritroviamo nelle rispettive modalità sintomatiche di approccio alla questione del desiderio: uomo e donna si bloccano per via di fantasmi inconsci per così dire “tipici”, ossia largamente dipendenti dalla loro struttura psichica (tendenzialmente di matrice ossessiva nell’uomo e isterica nella donna).

Il discorso vale soltanto nel caso in cui si parla di “vero” desiderio, ossia di quel coinvolgimento mentale ed emotivo che va oltre la sola sfera sessuale e che però allo stesso tempo non prescinde assolutamente da essa. Non a caso nel momento in cui l’incontro implica una sola prospettiva, unicamente amicale o sessuale, tendenzialmente il soggetto nevrotico si ritrova “infelicemente” a proprio agio.

Tale scissione infatti permette di tenere a bada l’angoscia. Non è il sesso preso singolarmente che angoscia, nè tantomeno l’amore fraterno. Ciò che scatena le reazioni difensive è unicamente il desiderio inteso come mancanza che si scava contemporaneamente nella mente e nel corpo, rendendo dipendenti dal rapporto con l’altro. Se tale mancanza rimane circoscritta ad un ambito ben preciso (sessuale o affettivo), essa scade al livello del bisogno, e dunque resta molto più gestibile e maneggevole rispetto alla forza oscura e totalizzante del desiderio.

Difese maschili: incapsulamento e controllo

L’uomo tende ad assestarsi comodamente su questa divisione, finendo però per perdere delle occasioni preziose di autentica felicità. Così si industria a portare il desiderio al livello della domanda concreta, a ridurre cioè la sua dimensione assoluta e senza confini ad una relativa e misurabile. Dal momento che il vero desiderio lo sconvolge perché lo strappa dal proprio Io che su tutto vigila, o lo evita preferendo situazioni più tiepide ma gestibili, oppure tenta di incapsularlo, di domarlo, di dargli una collocazione e una cornice che non lo disturbino nel profondo.

Ciò si realizza frequentemente allontanando la partner, riducendola ad un puro oggetto sessuale, ad una compagnia affettuosa ma poco appetibile, in ogni caso a qualcuno che possa “gestire” e persino “accontentare” nelle richieste senza rischiare di venirne raggiunto, coinvolto, destabilizzato.

Nulla è più penoso per un soggetto ossessivo del venir “preso”, disarmato, gettato in una condizione di mancanza. La sua guarigione avviene nel momento in cui riesce finalmente a vivere l’esperienza del disarmo, lasciandosi andare, investire dalla gioia dell’amore senza riserve. Di solito quest’esperienza si accompagna alla sperimentazione di un nuovo godimento, supplementare a quello unicamente fallico, legato prettamente all’organo genitale, e all’accesso ad una dimensione più femminile, mistica, totalizzante nel corpo e nella psiche.

Inciampi del femminile: riconoscimento e domanda d’amore

Ma dove invece si incaglia la donna? Dove inciampa sistematicamente, ciecamente, anche dopo anni d’analisi? Qual è il suo tallone d’Achille? La donna dalla struttura isterica (non ossessiva, perché in quel caso ricalca il modello maschile) non ha necessità di tenere a bada il desiderio così come fa l’uomo. È naturalmente a suo agio con la mancanza, con l’assoluto dell’amore. Il suo problema non riguarda la difficoltà a mettersi in gioco, non concerne il rischio di perdere il controllo, del quale non le importa più di tanto.

La questione su cui scivola ogni volta è quella del riconoscimento del suo essere, che il fenomeno dell’amore necessariamente mette in gioco e amplifica in maniera esponenziale. L’esperienza del desiderio autentico può riavvicinare pericolosamente ad un’antica ferita, quella del mancato riconoscimento amoroso da parte del padre.

Ecco perché la domanda d’amore si radicalizza: ogni distacco, le risposte mancate, i ritardi, le incertezze ecc... (soprattutto agli inizi di un rapporto ) vengono percepiti come un rifiuto tout court, che ha il potere di risospingere verso territori del passato, verso il sentirsi non desiderabile, brutta, insignificante.

Ci sono donne che agiscono la domanda d’amore in maniera asfissiante e invadente, petulante ed eccessiva, altre che soffrono in silenzio non volendo disturbare con le proprie insicurezze e ostentando magari anche una certa freddezza. Ma entrambe le tipologie nascondono lo stesso problema, lo stesso sentimento di inadeguatezza rispetto al proprio potenziale attrattivo verso l’uomo. Non importa quanto la donna sia avvenente o consapevole di essere tale.

Se nell’inconscio l’immagine della propria femminilità è incrinata dal rifiuto (per lo più del padre verso di lei e/o verso una madre poco amata o desiderata) anche la donna più bella si sentirà orribile, difettosa, sempre a rischio di venir respinta.

L’iper sensibilità al rifiuto non riguarda poi solo l’aspetto esteriore, ma si estende anche a caratteristiche proprie del suo essere. Per questo molte scelgono di sottrarsi anziché di insistere nella domanda d’amore. Sembrano chiedere : <mi vuoi solo come un oggetto o riconosci anche un valore che va oltre?>.

E ancora, se nel reale le esperienze con gli uomini si sono rivelate frustranti per i motivi più svariati, il meccanismo si può addirittura rafforzare, spingendo a mettere in atto comportamenti del tutto incoerenti e senza nessuna logica apparente, almeno agli occhi del maschio. Facendo precipitare l’incontro in un intricato dedalo di supposizioni e paure che alimentano gli equivoci anziché dissiparli.

Inoltre a complicare il tutto ci si mette il rapporto specifico che il femminile intrattiene col desiderio: spesso la donna desidera desiderare, vive di desiderio, ne ha bisogno come l’aria.. Sentirsi desiderata la fa vivere in uno stato di apertura vibrante, di sogno, di vita. Così ogni volta che sente venir meno il desiderio dell’altro percepisce parallelamente una mortificazione nel suo di desiderio, sprofondando nella tristezza se non addirittura nella rivendicazione astiosa.

La guarigione avviene allora nel momento in cui la donna comincia a riconoscere freddamente il proprio punto debole e a non farsene dominare, vedendo lucidamente l’incidenza del fantasma inconscio e il suo potere distorcente nei confronti della realtà.

Certo, vedere non basta per disattivare una dinamica inconscia e ben radicata. Serve poi un attraversamento, un’elaborazione che, lungi dall’azzerare il tutto, ne possa tuttavia ridurre sensibilmente l’intensità e la distruttività, lasciando spazio ad un approccio più maturo, che comprenda gioco e leggerezza.

 

 

 

Rapporto uomo donna, Disagio contemporaneo

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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