Obesità e amore

L'obesità è una problematica dei nostri tempi. Figlia del consumismo di cui è schiavo l'uomo contemporaneo, indica il trionfo dell'introiezione dell' oggetto come modalità di trattamento dello stato di mancanza che attraversa costitutivamente ogni essere umano.

L'appropriazione di beni voluttuari tende cioè ad illudere di potersi liberare della propria irrequietezza esistenziale, che però inesorabilmente riemerge nel momento in cui la divorazione è compiuta. Allora, per azzittire ogni tensione interna, bisogna riprecipitarsi verso qualcosa di nuovo, in una spirale senza fine. L'insoddisfazione che ci si proponeva di placare con il riempimento rimane tale e quale. Anzi, in un certo senso riemerge potenziata, aggravata all'amara constatazione dell'inutilità della dissipazione prodotta.

Oggi molte obesità esordiscono in età infantile. Non è un caso. Sempre più spesso gli adulti rispondono alle richieste di attenzione dei figli riempiendoli di oggetti: giocattoli, vestiti, cibo...Sono loro stessi i primi ad essere prigionieri del sistema consumistico: per consolarsi delle frustrazioni del quotidiano o per potenziare il loro ego vanno a fare shopping. Alla presenza si sostituisce la corsa frenetica all'acquisto, alla parola il silenzio della cosa. Così, spesso, l'abbuffata dei bambini avviene fra le pareti di casa, nella solitudine delle loro stanze ricolme di gadget di ogni genere.

Ma cosa chiedono davvero i figli? Anche quando sembrano insistere nella richiesta di qualcosa di squisitamente materiale? Il bambino, al pari degli adulti, non domanda altro che amore. Chiede cioè dei segni che gli indichino che ha un valore per l'altro. Dunque domanda l'attenzione dell'altro, il suo tempo, le sue parole. Nella misura in cui l'altro ci dá ciò che non ha, ciò che non possiede, ciò che non è visibile, ciò che sfugge alla quantificazione ci sta offrendo un dono gratuito d'amore. Che ha il potere non solo di farci sentire riconosciuti, rinforzati nel nostro essere, ma ci permette anche di saperci fare con la mancanza che ci attraversa.

L'amore non è colla, non è simbiosi, non è possesso. Certo, passa anche attraverso le cure, ma non vi si riduce. Non si riduce a dare cose. L'amore si rivolge all'altro in quanto separato da noi, unico e irriducibile. È simpatia autentica per la sua diversità, per quell' impronta particolare che lo rende speciale, non riproducibile. È libertà. Che implica dunque dei limiti, delle distanze. Essere amati in questo modo non elimina certo la nostra separatezza e solitudine esistenziali, ineliminabili, ma ci aiuta ad assumerle e a trasformarle in pensieri, atti creativi, invenzioni personali.

Dunque potremmo dire che esistono una forma "buona" d'amore, che passa attraverso il riconoscimento, il rispetto e la curiosità verso la particolarità dell'altro, e una invece " cattiva", che al contrario tenderebbe alla fusione, all'incollamento, alla cristallizzazione intorno ai bisogni. Quest'ultima è correlata in particolar modo all'obesità, come condizione di ricerca insaziabile di un appagamento totale, simbiotico, senza tagli con l'oggetto. L'amore " cattivo" spesso si trova impigliato in un'oscillazione fra un eccesso di presenza, intrusiva, inopportuna, asfissiante, e uno di assenza, intesa come drammatica carenza di parola.


La dipendenza dell'obeso dal cibo rappresenta in realtà la sua dipendenza dall'altro, da quell'amore "cattivo" che non gli permette di sganciarsi dalla sua presa mortifera. Un lavoro terapeutico con l'obesità non andrà allora a concentrasi sulla dieta (attività di pertinenza di un medico) ma porterà la persona che ne soffre a parlare di questo amore malato. L'esperienza del transfert sarà terapeutica nella misura in cui le farà, forse per la prima volta nella vita, sperimentare una forma di riconoscimento mai incontrata prima. La corazza di grasso, armatura protettiva nei confronti del desiderio dell'altro, potrà così nel tempo sciogliersi.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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