Anoressia e misticismo. Quale differenza?

Come è noto l’anoressia si presenta come una pratica di controllo e di riduzione della spinta ad alimentarsi. Sotto questo profilo le restrizioni alimentari che impone potrebbero essere paragonate al digiuno dei mistici.

In effetti dal punto di vista meramente esteriore le due condotte coincidono: in entrambi i casi abbiamo un soggetto che volontariamente esercita un addomesticamento della fame. Tenta cioè attraverso la volontà di dominare i suoi impulsi.

Ma ha senso porre una tale equivalenza? Non esiste piuttosto una differenza di fondo radicale al di là di una somiglianza in superficie? Lo spartiacque che mostra la non assimilabilità dei due atteggiamenti verso il digiuno lo possiamo rintracciare nella finalità con cui questi sono perseguiti.

L’obiettivo del mistico, nel momento in cui pratica un’attività di dominio sulle passioni come può essere quella sul mangiare, è quello di salvare se stesso e i suoi fratelli dal peccato, secondo l’idea cristiana di stampo medievale dell’imitatio Christi. Attraverso l’imitazione del percorso di mortificazione affrontato da Cristo, il mistico offre il suo sacrificio per la salvezza. All’orizzonte c’è dunque l’idea di un dono d’amore per l’altro, il sacrificio non è fine a se stesso ma è praticato con una finalità umanitaria. Inoltre al centro non abbiamo la volontà del singolo, perché il mistico si affida a Dio, dunque a una volontà che va oltre la sua, in un abbandono che lo spossessa di ogni tornaconto utilitaristico.

Se la finalità del mistico è in ultima analisi di natura altruistica, perseguire la salvezza dell’uomo, quella dell’anoressica non si inscrive in questa logica. Sullo sfondo del suo sacrificio non c’è l’Altro, non c’è una ragione trascendente. C’è piuttosto l’inseguimento dell’ideale del corpo alla moda, un ideale mondano, concreto, spogliato da qualunque rimando a una dimensione spirituale. La sua rinuncia non si accompagna alla perdita della volontà personale in virtù dell’abbandono a un bene superiore ma si associa a un incremento del volere dell’io. Nell’anoressia l’io si rafforza, la volontà si ispessisce, l’auto controllo diventa implacabile. Il tutto per realizzare l’immagine di un corpo perfetto, liscio, privo di sporgenze e di mancanze. Una sorta di feticcio, senza sesso, senza bisogni, senza passioni destabilizzanti. Che possa fare da scudo, da appoggio, da protesi a una fragilità personale, a una carenza interiore, a una delusione d’amore che riattiva antiche ferite e mai sopite mancanze.

Chiaramente dietro a questo culto anoressico dell’immagine possiamo rintracciare la cultura salutista contemporanea, che spinge la cura verso la propria apparenza esteriore fino ai limiti dell’ossessione e del masochismo. Non dobbiamo però mai perdere di vista come alla base dei disturbi della condotta alimentare vi siano ragioni più profonde di una mera adesione ai diktat sociali. Questi esercitano il loro potere sempre a partire dalla vulnerabilità di chi li subisce, come nel caso dell’anoressica, impigliata nel mito del corpo magro a causa di ragioni che affondano sempre nella sua storia personale.

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