Anoressia Bulimia: perché insorge in età adolescenziale?

Come è noto, il fenomeno anoressico bulimico tende a presentarsi per la prima volta durante l’età adolescenziale. Se oggi assistiamo all’emergenza del sintomo anche in altre fasi della vita, è pur vero che la sua comparsa avviene elettivamente nel periodo di passaggio dall’infanzia alla vita adulta.

Come si spiega questa associazione? Cosa hanno cioè in comune l’adolescenza e i disturbi alimentari? Potremmo dire che il tentativo di separazione dall’Altro genitoriale costituisce il focus attorno a cui ruotano tutte le condotte adolescenziali. Se il bambino è naturalmente docile rispetto alle aspettative dei genitori, è ubbidiente, trova in loro una guida, un riferimento in tutto e per tutto, con lo sviluppo psicofisico tipico dell’età puberale si assiste ad un cambiamento radicale rispetto alla posizione di cieca sottomissione rispetto al volere dell’adulto. L’adolescente, grazie allo sviluppo del ragionamento astratto, inizia ad avere opinioni proprie, che spesso divergono da quelle dei genitori. Vuole affermare una sua identità, si nutre di modelli ricercati al di fuori della famiglia, un ambiente ormai troppo ristretto. Inoltre il risveglio delle pulsioni sessuali lo espone ai primi contatti con l’altro sesso e ai rischi connessi: rifiuti, strappi dolorosi, incomprensioni. Per le ragazze a volte è proprio un’attesa d’amore delusa a scatenare l’esordio del sintomo, perché riattiva qualcosa che non è stato risolto in rapporto alla relazione affettiva con i genitori.

Parallelamente vediamo nella condotta anoressico bulimica un modo, seppur patologico, di separarsi dalla presa del genitore. Non mangiando niente o al contrario mangiando tutto la giovane mette in scacco l’adulto, rovescia i rapporti di forza. Disorientandolo con i suoi comportamenti sfrenati lo mette di fatto in una posizione di subordinazione e lo riduce all’impotenza. Così facendo la spinta all’emancipazione si trasforma in una forma distruttiva, che dunque non libera ma rende ancor più schiavi.

Ma allora perché abbiamo separazioni “sane” e separazioni “patologiche”, quali quelle introdotte dai disturbi alimentari? La spinta verso l’indipendenza, anche quando rimane dentro i confini della “normalità” non è mai un percorso facile e senza conflitti. Tuttavia se gli adulti sanno rinunciare al controllo totale che avevano esercitato fino a pochi anni prima sui loro figli bambini, se hanno altre passioni e ragioni di vita al di là di loro, possono fornire quella distanza minima che consente all’adolescente di portare avanti le sue sperimentazioni senza sensi di colpa e senza percepire ricatti affettivi di sorta.

Al contrario se il genitore non fa il lutto del bambino, non accetta le sue trasformazioni mentali e fisiche lo mantiene di fatto in una posizione infantile. Spesso l’adulto non è in grado di lasciar andare il bambino perché inconsciamente è proprio da lui, dal suo amore cieco e ubbidiente, che riceve le maggiori gratificazioni affettive. Questo atteggiamento di fondo, di fatto tanto difficile da far vedere proprio perché inconsapevole, può scatenare delle reazioni patologiche nell’adolescente. Questi infatti può avere la sensazione che la sua spinta separativa arrechi un danno ad uno o a entrambi i genitori, può avvertire la sensazione di venire meno ad un patto di alleanza, in una parola di ferire qualcuno all’interno della famiglia. Se la madre o il padre fanno della figlia l’oggetto di un interesse esclusivo o il sostegno indispensabile al loro essere o al menage di coppia, le viene meno la possibilità di realizzarsi come individuo dotato di suoi desideri e aspirazioni. In questi casi la via violenta e disperata del disturbo alimentare appare l’unica praticabile per tentare di smarcarsi da una tale presa soffocante.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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