Anoressia – bulimia. Amare non è dare ciò che si ha!

Abbiamo più volte insistito su come l’anoressia – bulimia sia una forma di sofferenza tipica del sesso femminile, dell’età puberale e connessa alla percezione di una carenza d’amore.Dunque ci troviamo di fronte a tre elementi: il sopraggiungere al termine dell’infanzia, il riguardare elettivamente la femminilità e l’essere collegata ad una problematica nella relazione affettiva con i genitori.

I genitori, per un bambino, incarnano le prime figure d’amore. Sono tutto per lui, sono esterni ma nello stesso tempo forgiano e popolano il suo mondo interno. Sia i maschietti che le femminucce hanno come primissimo oggetto di amore la madre. Si tratta di una relazione totalizzante, simbiotica, che via via si allenta grazie all’intervento di qualcosa che distoglie la mamma dal suo interesse esclusivo verso il figlio. Di solito questa funzione di regolazione delle distanze e di separazione è svolta dal padre, verso cui la madre nutre un desiderio di donna. Se nella coppia circola amore, desiderio e stima reciproca i figli sono salvi dal compito di dover ricompensare i genitori delle loro frustrazioni d’amore, sono cioè liberi di poter avere dei loro desideri, sperimentano la serenità dell’essere amati incondizionatamente, per quello che sono e non per quello che ci si aspetta da loro. In queste situazioni fortunate in famiglia si respira desiderio, calore, rispetto; la mamma parla bene del papà di fronte ai figli e la stessa cosa fa lui. Quando sopraggiunge la pubertà i ragazzini possono iniziare a giocare la partita con l’altro sesso senza vivere in modo traumatico schermaglie e delusioni amorose.

Ma cosa accade se questa azione di separazione simbolica tra madre e figlio operata dal padre non avviene? Cosa accade se nella coppia non circola amore? Se i genitori si odiano apertamente o fanno finta di amarsi? Finisce che il figlio si ritrova incastrato in una relazione esclusiva e soffocante con la madre. Le bambine, a differenza dei maschietti, hanno bisogno di lasciare la madre come primo oggetto di amore per rivolgersi al papà. Ma può accadere che questi, proprio in virtù del rapporto conflittuale con la compagna, sia freddo, assente, non disponibile per la figlia. O al contrario che la elegga a sua partner ideale, in ogni caso risultando fuori misura sia nell’assenza che nella presenza. Il risultato è un eccesso di madre, un perdurare di un rapporto in cui la bambina si trova a dover tappare le carenze dell’Altro, a dover essere ciò che l’Altro vuole, ciò di cui l’Altro ha bisogno. E a non poter beneficiare del potere equilibrante dato dall’intervento paterno. Vede la mamma criticare aspramente papà, svalutarne la figura. Percepisce la sua infelicità e si sente chiamata a colmarla con comportamenti compiacenti da brava bambina. L’amore non si manifesta più come un dono gratuito di rispetto e adorazione dell’altro per quello che è, della sua differenza assoluta, ma si concentra sulla sfera pratica della soddisfazione dei bisogni in una relazione all’insegna della simbiosi e della fusionalità. Amare diventa un’amministrazione, un dare all’altro ciò che si ha. Si ama attraverso il fare, il dare per avere in cambio. Si rompe la gratuità dell’amore, quel filo sottile e invisibile che lo psicoanalista Jacques Lacan definisce come “dare ciò che non si ha”, donare la propria mancanza, donare ciò che non si possiede, donare se stessi.

L’anoressia- bulimia insorge proprio nella pubertà perché è il momento in cui si è chiamati per la prima volta a fare a meno dell’Altro e a cavarsela da soli con il proprio desiderio. In questo scenario assume un senso, appare un tentativo di separazione, un modo per far fronte alla situazione. Ma finisce per farlo utilizzando lo strumento del cibo, dunque ancora una volta attraverso lo schema della dipendenza dalla pappa della madre. Da un lato si rifiuta la logica del dare a cui si è sottoposti ma nello stesso tempo si ricorre al cibo, che rientra alla fine a pieno titolo nel campo degli oggetti di scambio.

La bulimica da una parte riduce la carenza d’amore che sente dentro di sé al vuoto nello stomaco. Cerca di colmarla attraverso abbuffate smodate alle quali segue invariabilmente il vomito, testimonianza dell’insufficienza di qualsiasi quantità di cibo nel far sentire appagati. Il vomito illustra il fatto che nessuna cosa può sostituire la sostanza dell’amore, non concretizzabile in oggetti. La mancanza abita strutturalmente l’uomo e non si può azzittire con gli oggetti.

L’anoressica invece cerca, rifiutando il cibo, di rendersi invulnerabile rispetto alla frustrazione d’amore. Tenta di anestetizzarsi, di sottrarsi alle delusioni e alla sofferenza che sente dentro, come se questo fosse possibile! Per l’essere umano infatti è impossibile aggirare la mancanza, la frustrazione, la castrazione, la sofferenza. Vivere significa avere a che fare con tutto questo.

La terapia dunque cercherà di sganciare dalla ripetizione  la ragazza invischiata in tale circolo vizioso. Ma non accanendosi sul fatto che mangi, non cercando di toglierle il sintomo e quindi l’unico modo che ha di esprimere il suo malessere. Bensì avendo di mira la mancanza che la abita, la vera origine della sua sofferenza. Spesso otturata da sensi di colpa, dalla spinta alla performance, dal vivere non per se stessi ma per l’Altro. Si tratta di reperire una cellula di desiderio, di riaprire una dimensione personale, soggettiva al di là delle attese altrui. Bisogna contrapporre la vita alla morte. La vita intesa come spinta propulsiva che viene dalla mancanza, la morte come attaccamento simbiotico e schiavizzante a un godimento di un oggetto apparentemente protettivo ma nel suo fondo pericolosamente distruttivo.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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