Il culto moderno dell'apparire

Apparire è senz'altro uno dei principali diktat moderni. L'uomo contemporaneo è cioè pesantemente incalzato, fin dai banchi di scuola, ad esibire agli occhi del suo contesto sociale di appartenenza un'immagine di forza e di successo.

Per raggiungerla si deve dunque dare da fare, ingaggiandosi così in attività portate avanti solo per rientrare in uno standard approvato da tutti. L'iper attivismo moderno ha dunque alla sua base questo meccanismo, ossia l'inseguimento affannoso di uno status riconosciuto dal gruppo, a discapito però della realizzazione autentica delle aspirazioni del singolo. Andando dietro a ciò che universalmente è valutato come "il" bene accade che si perda di vista il proprio.

Tale dinamica la vediamo impattare già sui giovanissimi, chiamati durante il loro iter formativo ad essere dinamici, a non perdere colpi, a non fallire, a cogliere le cosiddette occasioni. E poi la osserviamo negli adulti, alle prese con situazioni, pur prestigiose, che tuttavia non rispondono esattamente a ciò che in fondo in fondo avrebbero desiderato da giovani. Una volta raggiunto il successo sperimentano tristemente l' assenza di una vera, autentica soddisfazione.

Per l'etica della psicoanalisi conta di più un fallimento rispetto ad un successo. Non perché gli analisti preferiscano di per sè le cause perse. Il fallimento viene valorizzato nella misura in cui si manifesta in esso il desiderio più nascosto, più inconscio ma anche più autentico di un soggetto. Al di là di quello che vuole per lui la sua volontà cosciente, plasmata dai valori e dalle attese del suo ambiente.

Frequentemente è più nella caduta, nell' indecisione, nel dubbio che vediamo affiorare la nostra verità. Ne abbiamo però molta paura. Non riuscire in un determinato corso di studi, fare ripetutamente sbagli al lavoro, non essere sicuri di una relazione in cui credevamo, tradire, temporeggiare sono tutte situazioni scomode da vivere. Spesso preferiamo correggerci, bollare l'inquietudine che ci attraversa come un errore perché siamo terrorizzati dall'eventualità di fallire. Di rimettere tutto in discussione, di risultare perdenti rispetto alle tappe considerate " normali". Come se la vita fosse una gara con le sue brave regole a cui basta uniformarsi per non rischiare di esserne esclusi.

La realtà però è ben diversa. Di fatto nessun conformismo può proteggerci dall'incontro con l'infelicità. Anzi, rinunciare a ciò che più ci rende vivi in nome di un quieto vivere alla lunga isterilisce e rattrista. Ci vuole forza per ribellarsi al meccanismo livellatore che rende tutti un po' schiavi di miti collettivi. E per dare voce agli inciampi con i quali il nostro inconscio cerca, in certe situazioni, di richiamare la nostra attenzione.

Una psicoanalisi, avvertita del fatto che non esiste nessuna misura universale della felicità, non punterà allora a far raggiungere a chi la intraprende un determinato standard od obiettivo. Non mirerà a correggere le esistenze che si sono perse per inquadrarle nuovamente sulla retta via. Semplicemente metterà in contatto, chi lo vorrà, con la propria complessità, senza volerla schiacciare o ridurre a mero, fastidioso inciampo.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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