Quando la spinta alla performance blocca

A molti può capitare nel corso della vita di bloccarsi davanti ad un compito che comporta la presa di parola in presenza dello sguardo di altri esseri umani. Un esame, un discorso pubblico, una riunione mettono alla prova la capacità di sostenere lucidamente il nostro pensiero nel qui ed ora dell'incontro con una pluralità di punti di vista, senza possibilità di cancellature, rettifiche o ripensamenti.

L'immediatezza dell'esposizione ad una molteplicità di individui ci interpella direttamente, elimina qualsiasi schermo protettivo, ci costringe ad essere autentici, ci mette a nudo, facendo venire a galla la stoffa di cui siamo fatti.

Si tratta di un vero e proprio smascheramento: messi alle strette dall'imprevedibilità del confronto con l'altro non possiamo barare, veniamo fuori per quello che siamo, sia sul piano delle nostre competenze reali, sia su quello più profondo, emotivo della modalità con cui le portiamo avanti. Ad esempio, incalzati da una critica ben argomentata, potremmo trovarci del tutto spiazzati: rendendoci conto della sua sensatezza potremmo risultare pesantemente inibiti nella prontezza di risposta.

La gamma di reazioni in questi casi varia da un un silenzio imbarazzato, a un farfugliamento a vuoto fino ad una reazione scomposta ed aggressiva che finisce invariabilmente per condurre dalla parte del torto. Ciò accade nella misura in cui basta una semplice critica per far vacillare la sicurezza che riponiamo in ciò che siamo e pensiamo.

Di solito questa ipersensibilità alle critiche ha origini antiche, essendo legata a ferite narcisistiche patite in età molto precoci e mai del tutto superate su un piano profondo. Spesso la reazione di chi ha subito degli scacchi sul piano del riconoscimento dell'altro è quella di accentuare il proprio valore ai propri stessi occhi attraverso delle compensazioni narcisistiche, che possono però crollare come costruzioni friabili nel momento in cui si riattualizza una situazione di critica o di non compiacenza da parte dell' altro.

Frequentemente chi vive questo tipo di empasse tende ad evitare il confronto autentico con l'altro, a sfuggirvi, proprio per il timore di rivivere quella condizione di umiliazione e inermità sperimentata in passato. Dunque dietro ad un blocco nell' affrontare situazioni pubbliche si nasconde spesso un eccessivo bisogno di piacere e di essere approvati che impedisce però una vera maturazione della persona. La maturità infatti comporta l'assunzione delle proprie fragilità, non un'allergia e un rifiuto accanito verso di esse.

Cosa significa assumere la propria imperfezione? Vuol dire smetterla di considerarla come una macchia, come un meno, significa poterla accogliere come un tratto della propria persona che certamente non riassume tutto il nostro essere ma che quantomeno rende conto del fatto che siamo umani. E in quanto tali sempre fallibili, sempre fragili. Ciascuno a proprio modo.

Non esiste qualcuno che sia esente da insicurezze e punti deboli. Ma sicuramente c'è chi, magari grazie ad un percorso di analisi, riesce a fare un salto più in là nei termini di consapevolezza, accettando di attraversare la propria vergognosa limitatezza. Questo non vuol dire che smetterà di impegnarsi per migliorare ed affinare le sue competenze. Ma lo farà in modo nuovo, non per essere il più bravo, non per essere performante, non per cancellare le sue macchie ma per un senso di responsabilità verso la vita che ci chiama tutti quanti a darci da fare per quanto possiamo, a fare del nostro meglio nel rispetto dei nostri limiti e in armonia con l'unicità che ci caratterizza.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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