Il valore dei "no" del padre

La più importante e strutturante forma di limite che un essere umano normalmente dovrebbe incontrare agli albori della sua esistenza è quella incarnata dalla figura paterna. Alla necessaria fusionalità con la madre sarebbe cioè auspicabile che seguisse una "castrazione simbolica" operata dal padre, il quale, riattirando su di sè il desiderio della donna, staccherebbe così il bambino da quel godimento assoluto.

L'autorità paterna si basa dunque sul divieto dell'incesto. Se da una parte ciò costituisce un inaggirabile traumatismo, dall' altra ha un valore enorme perché svincola il bambino dalla presa di un godimento che lo potrebbe schiacciare e gli insegna a differire la gratificazione delle pulsioni. Per questo i bambini che possono beneficiare di una figura paterna forte ed autorevole, in primis agli occhi della madre, crescono più sani ed equilibrati. Non sono ingombrati dalla tirannia della pulsione e possono accedere in questo modo allo spazio psichico per dedicarsi ad altro, alla scoperta del mondo. La legge del padre, togliendo qualcosa, interdicendo l'eden della simbiosi con la madre, rendendo il paradiso perduto, apre una mancanza feconda, che spinge verso il desiderio, la curiosità, la vita.

Oggi purtroppo osserviamo in maniera ormai "seriale" il declino di tale funzione. I padri sono indeboliti, non hanno più autorità, non sono più agli occhi dei loro figli coloro che comandano, che possiedono la madre e dettano le regole in famiglia. Sempre di più sono gli stessi figli i protagonisti della scena, i partner sostitutivi delle mamme, gli oggetti indiscussi attorno a cui ruotano le esistenze dei padri, ormai annullati ed appiattiti sulle loro esigenze. Questo azzeramento della funzione del limite di matrice paterna ha delle conseguenze nefaste. In primis i sintomi infantili di cui si sente così tanto parlare: iperattività, deficit di attenzione, aggressività. A questi bambini mancano non tanto delle guide, quanto degli argini solidi e fermi alla loro pulsionalità narcisistica, dei "no" che siano tali, che siano irremovibili, che per certi versi non siano giustificati e spiegati.

I padri indeboliti non tollerano l'odio dei loro figli, che inevitabilmente si attiva nel momento in cui vengono limitati nelle loro voglie. Si preoccupano di essere amati da loro, i rapporti di forza si rovesciano completamente. Ora non si tratta tanto di rimpiangere le figure di autorità del passato, il padre padrone, il padre traumatico, quello per cui "non si deve sentire volare una mosca". Qui non stiamo parlando di repressione violenta, di esercizio indiscriminato della violenza fisica o verbale. L'eccesso non va mai bene, troppa severità rischia di avere gli stessi effetti della morbidezza estrema. L' esagerata rigidità e la bontà che rasenta il servilismo hanno entrambe la pecca di non favorire un armonico sviluppo, di non allacciare la legge al desiderio. Esse al contrario li mettono in opposizione, impedendo di sperimentare un'autentica serenità. Che si raggiunge solo se ci sono delle regole, dei limiti invalicabili, delle soglie, dei veli, dei tabù, dei punti ciechi.

Una psicoanalisi può aiutare i genitori in crisi con il loro ruolo, a patto però che si interroghino autenticamente sulla loro posizione. Non si tratta di trovare delle strategie, di risolvere i problemi educativi dei figli nel reale attraverso trucchi o stratagemmi. Un lavoro psicoanalitico lavora nel profondo, punta ad un cambiamento di posizione, e lo si può intraprendere solo se si coglie che è in se stessi che c'è qualcosa che non va. Non è il figlio ad essere problematico, lui è solo il sintomo, la punta dell'iceberg di una questione ben più complessa e che lo trascende. Diventare genitori fa tornare a galla dei punti di empasse che hanno a che fare con la propria storia, ed è da lì che con coraggio si tratta di partire, se si desidera realmente cambiare.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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