Lo psicologo a Milano

È possibile isolare un denominatore comune rispetto alle domande di aiuto che si trova a gestire uno psicologo in una grande città come Milano? Si può cioè ipotizzare una sofferenza psichica legata specificatamente ad un contesto metropolitano?

Se le problematiche individuali sono tutte diverse (ciascuno è portatore di una questione unica e irripetibile proprio perché unica è la sua storia personale), un elemento che quasi invariabilmente connota tutte le situazioni è la solitudine, non tanto intesa come mancanza reale di un partner, di un amico o di una famiglia. Si tratta per lo più di una solitudine che si insinua nelle pieghe del legame con l'Altro, indebolito, reso precario e fragile dall'individualismo che permea il contesto sociale.

La spinta all'auto realizzazione, tipica della contemporaneità, trova nei grandi agglomerati urbani particolare terreno fertile, proprio perché si tratta di luoghi che, moltiplicando le possibilità di scambio, offrono una ricca varietà di opportunità formative e di lavoro. Se questo meccanismo presenta un lato virtuoso, perché incentiva la crescita e lo sviluppo delle potenzialità individuali, dall'altra ha come ricaduta un aumento dell'utilitarismo ed un'eccessiva concentrazione su se stessi e sui propri bisogni a scapito della cura della relazione.

I rapporti di coppia, così come quelli di amicizia, rischiano di venire inglobati in questa logica delle opportunità, diventando essi stessi delle "occasioni" che, come possono essere utili per raggiungere determinati scopi, possono anche venire rimpiazzati nel momento in cui se ne presentano di migliori. Ecco che allora gli individui diventano delle "cose", il cui valore viene misurato sulla base del possesso di determinate proprietà.

La perdita di tali attributi diventa allora una catastrofe soggettiva, uno sprofondamento negli abissi, perché comporta la minaccia dell'abbandono e dell'esclusione sociale.

Il punto davvero problematico in questo scenario iper moderno riguarda dunque la perdita o l'infiacchimento della capacità di amare in modo sano se stessi e gli altri. Non a caso sono in aumento le così dette patologie della sfera narcisistica, che affliggono soggetti che oscillano pericolosamente fra un eccesso di sicurezza in se stessi e un sentirsi degli zero assoluti. Costoro non sono in grado di amare. Possono infatuarsi, entusiasmarsi, ma non riescono ad accedere ad una dimensione autentica di legame con l'Altro.

L'amore infatti non ha a che vedere con la scelta di qualcuno giudicato attraente perché possiede una serie di caratteristiche appetibili. In quel caso si tratta di mera fascinazione: un ideale vagheggiato lo si proietta in un'altra persona. Amare vuol dire accogliere serenamente e con simpatia le mancanze dell'altro, le sue fragilità, al di là dell'immagine più o meno vincente. Infondo chi sa amare davvero se stesso in modo equilibrato è in grado di perdonarsi i propri errori, non basa la propria autostima sul fatto di essere bravo, brillante e apprezzato. Certo, cerca di migliorarsi, di crescere, di convogliare le proprie energie in progetti stimolanti ma nel caso di un fallimento si vuol bene comunque, non valutando se stesso come una macchina da sviluppare ma come un essere umano strutturalmente limitato e fragile.

La riduzione contemporanea dell'uomo ad una macchina performante, costretta a lavorare sempre ai massimi livelli, svuota di umanità e consegna alla solitudine, ad una desertificazione affettiva malsana e distruttiva per il sistema stesso.

Cerca nel sito

Seguimi su

Articoli più letti

Depressione lucida o inconsapevole?

L’affetto depressivo tendenzialmente mal si concilia con l’esercizio della parola, inteso quest’ultimo come possibilità di espressione ed elaborazione di questioni relative a verità soggettive. La depressione blocca la parola sia nella sua dimensione di ponte nei confronti dell’Altro, sia nella sua potenzialità dinamica di scoperta del nuovo.

Depressione e creatività

Sembra un controsenso, eppure chi è predisposto verso affetti depressivi spesso mostra anche tratti di originalità e creatività, che in genere possiamo riscontrare nel variegato campo delle arti. L’apparente contraddizione è evocata dalla paralisi e stagnazione associate alla depressione, che contrastano con l’idea dell’attività e dell’energia insite nell’atto creativo.

Contrastare la depressione: il potere della parola

Nessun essere umano può dirsi non attraversato da mancanze, insufficienze e conflitti. Nessuno vive una condizione di perenne e permanente completezza, autosufficienza, perfezione. Credere che qualcuno la sperimenti è solo un miraggio della mente. Ferita, lesione, perdita, fragilità sono invece tutti termini che ben descrivono la natura dell'uomo, costitutivamente povera, vulnerabile, alle prese con un mondo che non offre solidi, visibili ormeggi.

Depressione nevrotica o melanconia?

In psicoanalisi in genere proponiamo una differenziazione tra forme depressive di matrice psicotica e nevrotica.Queste non le distinguiamo sulla base dei sintomi, cioè dei modi di manifestarsi della depressione, che per lo più sono simili nelle due condizioni.

Malinconia e creatività

Nel bell'articolo dello psichiatra Eugenio Borgna "La Stimmung malinconica e l'esperienza creativa" troviamo un'interrogazione sui rapporti che intercorrono fra malinconia e genio creativo.

Depressione al femminile nella contemporaneità

La donna, rispetto all'uomo, si trova più esposta all'esperienza della depressione. Questo perché per sua struttura ha un rapporto più stretto con la mancanza, con la vulnerabilità, con il non avere. Tendenzialmente l'uomo trova più facilmente una gratificazione nel possesso, nel potere, nella conquista.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961

Note legali

Gli articoli, i post, i pensieri in versi e tutti i contenuti testuali originali presenti sul sito sono di esclusiva proprietà della dott.ssa Sibilla Ulivi, ed è vietato copiarli o distribuirli.
Vedi le Note legali.