Il disagio della giovinezza

La giovinezza è quel lasso di tempo nella vita di una persona che segue l'adolescenza e prelude all'età adulta. È di durata variabile, generalmente si situa fra i venti ed i trent'anni circa. A differenza dell'adolescenza, connotata per lo più dalla ribellione e dalla spinta violenta alla differenziazione dal contesto di origine, implica la ricerca di una dimensione personale che non sia però più in opposizione netta all'Altro, ma a cui sia permesso un inserimento e una possibilità di realizzazione concreta nella societá.

Accanto ad una spinta desiderante ancora forte e decisa, prende piede la capacità di orientare le energie verso scopi e progetti dai contorni definiti, non più vaghi ed astratti. La realtà non è più semplicemente rifiutata e criticata, ma diventa un luogo sul quale si scopre di avere una capacità di incidenza e di trasformazione attraverso le proprie azioni. Il conflitto fra l'ideale e l'imperfezione del mondo giunge ad una conciliazione, attraverso la conquista di un annodamento fra aspirazioni e loro messa in forma. L'accettazione delle limitazioni imposte dalla realtà non è da impedimento ma da stimolo per dar luogo a creazioni originali e personali, sempre all'interno di un orizzonte comunitario.

Spessissimo però la sfida propria di questo periodo della vita, quella di tenere insieme i sogni con la realtà, va incontro ad un fallimento, o per eccesso di conformismo o al contrario per una dose eccessiva di idealismo che blocca ogni possibilità di realizzazione.

Nel primo caso prevale un iper adattamento alle richieste ambientali, che tendono a livellare e a massificare i desideri dei singoli. Ecco che le scelte non si orientano verso ciò che appassiona davvero ma sono determinate dalla volontà di aderire ai valori e alle idee condivise su cosa è ritenuto giusto ed opportuno volere. Si girano così le spalle alle vere inclinazioni per abbracciare dei percorsi in cui non si crede fino in fondo, nella convinzione mortificante quanto ingannevole che per andare avanti nella vita sia necessario rinunciare ai propri sogni.

Ne secondo caso invece il fallimento all'auto realizzazione è decretato dal predominio di un atteggiamento utopistico, che porta a scartare tutti i gruppi, gli ambienti e comunità umane perché giudicati inappropriati a permettere il dispiegamento dei propri talenti. Nessuna situazione è mai quella ideale, mai quella all'altezza. L'inconcludenza ne è la conseguenza fatale, le occasioni vengono continuamente bruciate perché non si riesce a venire a patti con l'imperfezione dell'Altro, ostinatamente mantenuto in una posizione " senza macchie".

Un lavoro psicoterapeutico in questa fase delicata della vita può fare moltissimo per aiutare a trovare un qualche intreccio fra desiderio e soddisfazione. Chi troppo rinuncia riuscirà nel tempo a sintonizzarsi nuovamente sulle frequenze del proprio desiderio, mentre chi troppo critica potrà ammorbidire la sua chiusura per aprirsi all'imperfezione insita in ogni atto umano.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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