La non accettazione del limite

Che significa rifiutare i propri e altrui limiti? Da dove origina tale attitudine? E quali ricadute ha sulla vita?

Un po' tutti gli esseri umani tendono a non voler accettare la propria castrazione, ovvero la limitatezza del proprio essere e delle sue possibilità espressive e d'azione. Anche i bravissimi, i più talentuosi hanno un punto debole, una macchia cieca che offusca in parte la loro lucidità. È un dato di struttura: la perfezione assoluta non è propria dell'umano, che è tale perché è diviso, lacerato, incompleto.

Ora esistono soggetti che compiono comunque grandi opere, nonostante ciò. Il fatto che riescano a creare non significa che la castrazione non li tocchi, non vuol dire che appartengono ad un'altra specie. Sicuramente c'è del talento, addirittura del genio nei casi dei grandi scienziati o artisti che segnano la storia. Ma poi interviene qualcos'altro, qualcosa che può accomunare il raffinato musicista al semplice falegname.

Si tratta del saperci fare con il vuoto, con la mancanza, con il non sapere e il non capire. Un'umiltà di fondo, che riflette un atteggiamento di accettazione verso il fatto che qualcosa sfugga sempre. Allora al posto del rifiuto e della rabbia subentra la curiosità, invece che la lotta con se stessi compare la dedizione, da distinguere bene dal sacrificio. La chiusura narcisistica della rivalità con la propria immagine ideale lascia il posto ad un'apertura all'altro, il focus non è più su se stessi e sui risultati da raggiungere ma sulla cosa, sul provare costantemente ad avvicinarla nonostante sfugga incessantemente.

L'esperienza creativa ad ogni livello ed in ogni campo comporta sempre uno spossessamento, una povertà, un vuoto di essere. Il limite personale è trasformato in un trampolino di lancio per la ricerca, mentre il tempo si ferma, mentre esiste solo il qui ed ora dell'atto.

Purtroppo nella contemporaneità il focus ossessivo ed esasperato sulla performance e l'eccellenza a tutti i costi va nella direzione del rifiuto della castrazione e non della sua integrazione. Spesso questa attitudine maniacale è respirata in famiglia, molti giovani davvero capaci sentono di non essere mai abbastanza rispetto alle aspettative dell'Altro, vivendo le loro défaillance come delle catastrofi o delle spie del loro non valere nulla.

Si tratta di un meccanismo pericoloso perché ha come ricaduta su molte vite o la rinuncia, il mollare tutto a partire dalla convinzione di una presunta inadeguatezza personale, o al contrario un cieco narcisismo, che rimuove i propri punti ciechi e ingabbia in una lotta rivaleggiante con se stessi e il mondo senza fine. Chiudendo le porte all'altro e alla possibilità di mettersi in discussione in maniera costruttiva e non semplicemente mortificante.

Una psicoterapia su questo punto può fare molto, proprio nella misura in cui fa risaltare le "macchie" rispetto all'immagine senza incrinature. Un approccio psicoanalitico non mira a cancellarle queste macchie, ma ad interrogarle. Per renderle generative, trasformarle da semplici inciampi al successo in possibilità per rimettersi in gioco a partire da un rovesciamento di prospettiva.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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