L'essere, la mancanza e la schiavitù del possesso

Spirito e materia, essere o avere. Per il cristianesimo e le filosofie dell'esistenza l'essere lo si può raggiungere solo nella povertà, nell'accettazione della mancanza a essere, nella consapevolezza dell'illusorietà della gratificazione offerta dal possesso. Mentre il discorso contemporaneo, attraverso l'offerta illimitata di oggetti di consumo, cerca di suturare la mancanza, degradandola a puro vuoto da riempire. Gli oggetti si animano, diventano dei feticci che incantano e ingannano circa la possibilità di raggiungere una consistenza senza buchi. È il trionfo dell'immagine.

L'ossessione così tipica dei nostri tempi per l'immagine si fonda su questa negazione maniacale della perdita, della solitudine esistenziale, della morte, della castrazione umana. A cui solo un lavoro di ordine mentale, di natura verbale-metaforica e non puramente visiva può dare un senso. La pulsione, slegata da un qualsivoglia trattamento simbolico, diventa pura spinta al godimento, distrugge, dissipa, consuma nel tentativo disperato di colmare una carenza incolmabile attraverso strumenti mondani.

L'uomo allora può generare e non chiudersi su se stesso in un godimento autistico di ripiegamento sull'oggetto dal valore narcisistico (come l'oggetto di consumo ma anche come il partner quando è degradato al rango di oggetto di gratificazione narcisistica) solo se metabolizza, se accetta, se fa i conti con la sua lesione di fondo. Solo a partire da questo vero e proprio lavoro del lutto diventa possibile incanalare la pulsione in maniera sublimatoria verso mete più elevate.

Allora si gettano le condizioni per il desiderio, che conserva il tratto di spinta proprio della pulsione pur avendo la facoltà di non cortocircuitare direttamente sull'oggetto di godimento. Non godere immediatamente della Cosa ma poterla circumnavigare, bordare attraverso il giro del desiderio dà il via alla creazione. Ecco che nuovi oggetti compaiono, ma non da consumare! Libri, quadri, opere architettoniche...Ma anche diari di teen agers, formule matematiche, parole d'amore...Oggetti più o meno di valore artistico, più o meno elaborati, ma creati non per essere mangiati. Ogni atto fecondo dà alla luce qualcosa che sfugge alla logica del consumo e che rientra piuttosto in quella del desidero, dell'amore e della sacralità, fatta di devozione in contrapposizione alla brama d'appropriazione.

Il dono è in ultima analisi l'effetto della simbolizzazione. L'oggetto può essere il più disparato, ma il dono è tale quando il valore dell'oggetto al di là di quello di mercato è dato dal suo essere rivolto all'altro. Il dono porta le tracce in se stesso di chi lo fa ma poi è l'altro che lo riceve e che ne dispone liberamente.

Il passaggio cruciale dalla logica del possesso a quella del dono rispecchia la complessa torsione dall'individualismo all'apertura all'altro, dalla solitudine al legame, dal godimento al desiderio, dalla pulsione all'amore, dalla distruzione alla creazione. Il tutto sullo sfondo della mancanza ad essere, che la simbolizzazione data dal lavoro del lutto non cancella affatto ma borda. Abitare la mancanza è la vera sfida per l'essere umano, accettarla, farci i conti quotidianamente e renderla feconda. Senza rifiutarla infantilizzandosi dentro ad un mondo di balocchi.


Più che mai allora l'insegnamento cristiano appare attuale, proprio nel nostro tempo intossicato dal mito della ricchezza. Senza arrivare al rifiuto radicale della proprietà proprio dei santi e dei mistici, anche l'uomo comune può tentare di valorizzare nel suo piccolo la mancanza come condizione per riavvicinarsi all'essere e all'altro. Per uscire dal guscio sterile, distruttivo e profondamente autistico della schiavitù dell'oggetto.

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